25 aprile, Mattarella all’Altare della Patria. Perché la Resistenza è plurale, e appartiene a tutti


Fonti: La Tecnica della Scuola- Articolo di Pasquale Almirante del 25 aprile 2023. Il Corriere della sera. Articolo di Aldo Cazzullo del 25 aprile 2023.

Oggi, 25 aprile 2023, in occasione del 78° Anniversario della Liberazione, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo aver reso omaggio al Monumento del Milite Ignoto all’Altare della Patria, si recherà a Cuneo, Borgo San Dalmazzo e Boves.

All’Altare della Patria Mattarella sarà accompagnato dalla premier, Giorgia Meloni, e dai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana.

A Cuneo, il capo dello Stato deporrà una corona al Monumento della Resistenza; si recherà, quindi, al Teatro Toselli per la cerimonia commemorativa del 78° Anniversario della Liberazione.

Nel pomeriggio Mattarella si trasferirà a Borgo San Dalmazzo dove deporrà una corona d’alloro al Memoriale della deportazione e visiterà il Museo Memo4345. Ultima tappa a Boves: in Piazza d’Italia il presidente Mattarella renderà omaggio al monumento che commemora le vittime dell’eccidio di Boves.

La premier Giorgia Meloni, dopo aver partecipato alla cerimonia di deposizione di una corona d’alloro all’Altare della Patria da parte del Capo dello Stato, alle 10 sarà alla cerimonia di deposizione di una corona di alloro al Mausoleo delle Fosse Ardeatine da parte del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in rappresentanza ufficiale del governo.

Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, parteciperà a Castelvetrano alla cerimonia di svelamento della teca contenente i resti della Quarto Savona 15, l’auto su cui viaggiava il giudice Giovanni Falcone il giorno della strage di Capaci.

Al corteo di Milano, città medaglia d’oro della Resistenza, ci saranno, tra gli altri, la segretaria del Pd, Elly Schlein e il sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Perché la Resistenza è plurale, e appartiene a tutti

Tra i partigiani c'erano uomini e donne di ogni fede politica. E il no al nazifascismo non fu detto solo da loro, ma da religiosi, militari, ebrei, civili, carabinieri, contadini, internati in Germania. Sempre al rischio, a volte al costo, della vita

Il 25 aprile i partigiani scendono dalle montagne verso le grandi città del Nord. Ma non sono i soli a opporsi ai nazifascisti.

Nei lager tedeschi, seicentomila deportati attendono la liberazione: hanno rifiutato di combattere per Hitler, e hanno visto morire 40 mila commilitoni di fame e di stenti. Tra loro ci sono i padri di Francesco Guccini, Al Bano Carrisi, Antonio Di Pietro, Vasco Rossi. C’è Giovanni Guareschi, che sul diario ha scritto: «Resto qui e non muoio neanche se mi ammazzano». E c’è Alessandro Natta, futuro capo del partito comunista, che intitolerà le sue memorie di prigionia L’altra Resistenza.

A San Vittore è rinchiusa una religiosa, suor Enrichetta Alfieri, già madre superiora del carcere, colpevole di aver fatto uscire messaggi dei prigionieri, e anche qualche prigioniero in carne e ossa. Al processo di beatificazione uno di quei carcerati, Indro Montanelli, dirà: «Certe imprese possono farle solo i santi o gli eroi. Suor Enrichetta era entrambe le cose».

Nel ghetto di Roma sta tornando a casa da Bergen-Belsen Settimia Spizzichino, una dei sedici sopravvissuti della razzia che ha devastato la più antica comunità ebraica della diaspora.

A Bari il tenente Carlo Alberto Dalla Chiesa entra in servizio permanente effettivo nell’Arma dei carabinieri per meriti di guerra: ha fatto da tramite tra gli Alleati e i partigiani, è sfuggito al rastrellamento nazista e ha passato le linee per ricongiungersi al re, cui i carabinieri erano rimasti fedeli al prezzo di migliaia di deportati e di caduti.

Il gruppo di combattimento Legnano, sfondata la Linea gotica al fianco della Quinta Armata, scende nella pianura padana e chiude reparti tedeschi in una sacca.

Don Bartolomeo Ferrari, cappellano militare, entra in Genova con i 350 uomini della divisione Mingo, che porta il nome di battaglia di un caduto partigiano: don Bartolomeo indossa la tonaca e il fazzoletto tricolore, è salito in montagna dopo l’8 settembre su suggerimento del capo della rete cattolica che aiuta ebrei e antifascisti: Giuseppe Siri, futuro punto di riferimento dell’ala destra della Chiesa italiana. A Firenze la rete è organizzata dall’arcivescovo Elia Dalla Costa, che ha mandato un uomo di fiducia in bici a portare i documenti falsi per salvare gli ebrei nascosti nel convento di Assisi: il cattolicissimo Gino Bartali.

L’idea della Resistenza come «cosa rossa», faccenda tra fascisti e comunisti, è un falso clamoroso. È possibile che in passato sia servito alla sinistra per monopolizzare la guerra di Liberazione, e ora serva alla destra per dare una coloritura ideologica all’antifascismo, che in qualsiasi Paese al mondo è considerato un valore comune su cui non occorre discutere neppure un minuto. Purtroppo noi non facciamo altro da trent’anni.


Non è sempre stato così. Per la Dc celebrare il 25 aprile era ovvio: erano stati capi partigiani il fondatore dell’Eni Enrico Mattei «Marconi», il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani «Pittaluga», il ministro dell’Agricoltura Giovanni Marcora «Albertino»; il mite Mariano Rumor aveva rappresentato il partito nel Cln veneto, nelle cui file avevano militato Luigi Gui e Tina Anselmi, mentre nel Canavese aveva combattuto il ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin; il leader Alcide De Gasperi era stato nelle carceri fasciste; uno dei capi della Federazione universitari cattolici, Ignazio Vian, era stato appeso a un albero nel centro di Torino.

La Resistenza è plurale. Dovrebbe essere la patria morale di tutti gli italiani. Tra i partigiani c’erano uomini e donne di ogni fede politica; i primi furono ufficiali dell’esercito e alpini reduci dalla Russia; la maggioranza erano ragazzi di vent’anni e anche meno, che non sapevano neppure che cosa fosse un partito, ma disobbedirono ai bandi di Graziani e si rifiutarono di battersi per Hitler e Mussolini.

Il no al nazifascismo non fu detto solo dai partigiani, ma da religiosi, militari, ebrei, civili, donne, carabinieri, contadini, internati in Germania. Sempre al rischio, a volte al costo della vita.

Poi certo la Resistenza ha avuto le sue pagine nere, di cui per troppo tempo si è parlato troppo poco. È sbagliato nasconderle, vanno raccontate anche quelle, da Porzûs a Codevigo. Ma nulla potrà cancellare il fatto che in quella guerra civile c’era una parte giusta, che combatteva contro i nazisti che portavano gli ebrei italiani ad Auschwitz, e una parte sbagliata, che combatteva al loro fianco. Certo pure tra i vinti ci furono ragazzi che credevano in buona fede di servire la patria, e morirono anche loro gridando «viva l’Italia». Ma andare a Salò non era una libera scelta: era un obbligo, la cui violazione era punita con la morte. I ragazzi fucilati dalla banda Carità in Campo di Marte a Firenze, o impiccati agli alberi del viale di Bassano, erano renitenti alla leva.

A Milano, il 25 Aprile è il giorno in cui fascisti e tedeschi trattano per salvare la pelle. Da qualche giorno è arrivato dal lago di Garda Benito Mussolini. Il duce è ormai in stato confusionale. Ora pensa di consegnarsi agli Alleati, ora vagheggia accordi con i socialisti, che perseguita da oltre venticinque anni; fantastica di resistere a Milano, «Stalingrado d’Italia», o magari di fare quadrato con una truppa di fedelissimi nel «ridotto della Valtellina». Gli ultimi gerarchi gli promettono 50 mila uomini; ne trovano 400. Il cardinale Ildefonso Schuster lo invita all’arcivescovado per trattare e gli chiede di pentirsi dei suoi peccati; Mussolini se ne risente. Gli viene offerta protezione; rifiuta, e va incontro al suo destino.

A Torino il 25 Aprile comincia con un messaggio in codice del Comitato militare del Piemonte: «Aldo dice 26 x 1 stop Nemico in crisi finale stop…». È il segnale atteso per l’insurrezione. Il piano è salvare le fabbriche, precedere gli angloamericani, non lasciar partire indisturbati i tedeschi. I tedeschi però hanno l’ordine di resistere, per coprire la ritirata delle truppe che risalgono dalla Liguria.

Il colonnello Stevens, rappresentante delle forze angloamericane in Piemonte, comunica che l’insurrezione va rinviata: i nazisti sono troppi, 35 mila con artiglieria e carri armati. Ma già la notte del 25 aprile comincia l’occupazione delle fabbriche. Gli operai sbarrano i cancelli, alzano barricate. Spuntano le armi nascoste, spesso con la complicità delle direzioni aziendali; si piazzano le mitragliatrici. Il 26 iniziano gli scontri a fuoco, il 27 si intensificano. I partigiani occupano la Fiat Mirafiori e si uniscono agli operai. Il comando si insedia a borgo San Paolo, il «borgo del fumo», alla Lancia, su cui viene issato il tricolore. Il mattino del 28 il grosso dei partigiani entra in città; gli Alleati troveranno i tram in circolazione, le officine al lavoro.

Il comunista Giorgio Amendola annuncia nella sala mensa di Mirafiori che il capo della Fiat Vittorio Valletta è condannato a morte; gli americani fanno sapere che non se ne parla nemmeno, Valletta è il loro uomo per far rinascere l’industria italiana.

In quei giorni, dal carcere femminile di Aichach, in Alta Baviera, una prigioniera antifascista, Anna Enrica Filippini Lera, scrive al padre. Il suo fidanzato che ha combattuto con gli Alleati sta venendo a cercarla con una jeep inglese, la ritroverà, la riporterà a casa, la sposerà; ma lei ancora non può saperlo. La sua lettera però è piena di energia, fiducia, ottimismo: «Babbino mio tanto caro, presto ritorneremo e potrò riprendere il mio lavoro. Tanto ci sarà da lavorare in Italia, ma non ci sgomenta. Lavoreremo e ricostruiremo la nostra vita e non ci sarà gioia più grande. Siamo giovani e l’entusiasmo non ci manca».

La Ricostruzione era cominciata.


 
Segnala Stampa Esci Home