Scuole chiuse: nelle Regioni in ordine sparso


Scuole chiuse, su riapertura e dad regioni in ordine sparso. Ma in Europa la didattica non si ferma

Corriere della sera – 30/11/2020 -  Milena Gabanelli e Adele Grossi

 

Da oggi, nelle regioni passate da rosse ad arancioni, le seconde e terze medie tornano in classe. Ci auguriamo che avvenga anche in quelle regioni del Sud che hanno chiuso tutto, a partire dalle materne, senza essere zone rosse o ben prima di diventarle e senza aver mai chiarito i motivi. Cominciamo dall’inizio: di norma l’istruzione è materia di competenza dello Stato; poi arriva la pandemia e scombina tutto.

A marzo, in piena emergenza, con decreto legge si stabilisce che i sindaci non avrebbero potuto assumere decisioni in contrasto con quelle dello Stato. È una regola generale che viene però abrogata a luglio. L’emergenza si ripresenta a ottobre e, con il Dpcm del 3 novembre, il Governo e il ministero dell’Istruzione, cioè chi sulla scuola ha piena responsabilità e poteri di intervento, decidono che in tutto il Paese le scuole superiori chiudano, mentre nelle zone rosse ci si fermi alla prima media. Per gli studenti a casa si fa didattica a distanza. Ma alle Regioni è concessa la possibilità di intervenire con misure più restrittive se ci sono motivi urgenti e, in virtù della norma abrogata a luglio, possono farlo anche i comuni. È anarchia.

I primi a rompere le righe: Campania e Puglia

Partiamo dalla Campania: scuole chiuse da metà ottobre, prim’ancora delle strette del Governo. Le famiglie si appellano al Tar Campania che conferma l’ordinanza del presidente De Luca dicendo sostanzialmente che se la Regione ha deciso così una ragione ci sarà (Tar Napoli, sez. V, dec. 2025 del 9/11/2020). A fine ottobre il presidente Emiliano segue la Campania e chiude le scuole. Insorgono le famiglie: due ricorsi vengono presentati al Tar di Bari e a quello di Lecce. Bari dà ragione ai ricorrenti: «Non emergono ragioni particolari per le quali la Regione Puglia non debba allinearsi alle decisioni nazionali in materia di istruzione» e aggiunge pure che «vi sono in Puglia molte scuole e molti studenti non sufficientemente attrezzati per la didattica digitale», pertanto il provvedimento si traduce in una sostanziale interruzione delle attività scolastiche (Tar Bari, sez. III, dec. 680 del 6/11/2020). Contemporaneamente però il Tar di Lecce scrive esattamente l’opposto: giustissimo chiudere perché il diritto alla salute prevale sul diritto all’istruzione (Tar Lecce, sez. II, dec. 695 del 6/11/2020). Nel caos la Regione ci ripensa e, con una seconda ordinanza, riapre le scuole, ma siccome non è convinta della propria decisione – né di quella dei tribunali amministrativi – aggiunge che di fatto decidano le famiglie e i singoli istituti. Chi vuole, può mandare i figli a scuola. Chi non vuole, nulla osta, tanto l’assenza sarebbe giustificata.

Calabria: l’inutile task force da 38 esperti

Il peggio accade in Calabria: diventa zona rossa il 6 novembre, non per i numeri dei contagi ma per le strutture sanitarie fatiscenti: senza medici, infermieri e adeguati posti letto, nonostante i 10 anni di commissariamento della sanità regionale. Qui i Comuni hanno deciso di fare da sé. A Maida, 4.000 abitanti in provincia di Catanzaro, il sindaco chiude le scuole il 2 novembre, il 10 le riapre, poi ci ripensa e in serata le richiude. Chiude Crotone, Vibo Valentia e Catanzaro, dove secondo l’azienda sanitaria la curva dei contagi è preoccupante: richiederebbe screening del personale scolastico e degli studenti, ma i tamponi vengono processati con notevoli ritardi e pertanto tutte le scuole devono essere chiuse. La decisione è firmata da Giuseppe Caparello, veterinario, promosso alla guida del Dipartimento di Prevenzione dell’Asp di Catanzaro. La richiesta di effettuare «screening massivi» è fuori da ogni protocollo: la ricerca del Covid è prevista in caso di contatto accertato con positivi o di insorgenza di sintomi. Caparello è di fatto il braccio operativo di Antonio Belcastro, delegato Covid della Regione Calabria, e a luglio è diventato anche membro della task force nominata fra marzo e aprile dalla Regione Calabria per rispondere all’emergenza. Il numero dei componenti è sorprendente: 38 persone. Cosa hanno fatto? Niente, tant’è che che uno dei consulenti, Raffaele Bruno direttore Malattie Infettive Policlinico San Matteo di Pavia, chiamato a dare una mano, si è dimesso a luglio dopo la prima convocazione in videoconferenza durata 15 minuti: «Ho capito che non c’era volontà di andare a parare da qualche parte».

Il peggio accade in Calabria: (...) per le strutture sanitarie fatiscenti: (...) nonostante i 10 anni di commissariamento della sanità regionale

Le famiglie contro sindaci e Regione

A Paola, circa 70 contagiati su una popolazione di 15.000 abitanti, il sindaco ha messo nero su bianco che si chiude «pur in assenza di dati specifici». Contro l’ordinanza le famiglie hanno presentato ricorso al Tar, raccogliendo i dati diffusi dalle scuole: «Qui non ci sono stati contagiati». Il Tar ha dato ragione alle famiglie e riaperto gli istituti. Nello stesso giorno Antonino Spirlì, presidente della Regione (facente funzione dopo la scomparsa di Jole Santelli), emana l’ennesima ordinanza e chiude tutte le scuole sull’intero territorio regionale. Le stesse famiglie decidono di ricorrere nuovamente al Tar e di nuovo vincono: «Grave pregiudizio educativo, formativo ed apprendimentale», scrive il Tribunale il 23 novembre. Ma le scuole non riaprono, perché nel frattempo i sindaci non demordono. A Paola, il primo cittadino emana un’altra ordinanza e insiste ordinando agli istituti di restare chiusi. Come in molti altri comuni calabresi.

I paradossi di una Regione allo sbando

I paradossi in Calabria però sono tanti: la Regione dal 6 novembre insiste affinché il Governo le tolga il marchio di «zona rossa» e la elevi ad area gialla perché «gli ospedali sono vuoti, il Governo è impazzito», ma è la stessa Regione che ha deciso di chiudere le scuole come se il rischio fosse più elevato delle altre zone rosse. Ma quindi il rischio c’è o non c’è? Stando al presidente Spirlì le scuole devono chiudere perché i dati (al 14 novembre) dimostrano che i contagi sono aumentati a causa della ripresa della scuola. Ma nella maggioranza dei comuni calabresi avevano chiuso già dai primi di novembre. Da sabato è diventata arancione. Vedremo quanti sindaci cambieranno idea. Quello di Paola, per esempio, non l’ha cambiata.

I paradossi in Calabria però sono tanti: la Regione (...) insiste affinché il Governo le tolga il marchio di «zona rossa» (...), ma è la stessa Regione che ha deciso di chiudere le scuole come se il rischio fosse più elevato delle altre zone rosse

La spesa per la sicurezza

Eppure, proprio in vista di una seconda ondata e per ripartire in sicurezza, abbiamo speso oltre 331 milioni di euro, stanziati grazie ai fondi Pon (Programmi Operativi Nazionali), solo per adeguare gli spazi. Alla Calabria sono stati destinati 9.915.000, alla Campania 31.139.000, alla Puglia 24.851.000, al Lazio 19.648.000. La Lombardia svetta con oltre 40 milioni. Ma al nodo cruciale, quello dei trasporti, chi ci doveva pensare? Comuni e Regioni non hanno fatto nulla e il ministro dei Trasporti ha detto che sui mezzi c’è il ricambio d’aria perché a ogni fermata si aprono le porte.

In Europa la scuola non si ferma

Nel resto d’Europa l’istruzione è materia di competenza «esclusiva» del Governo centrale. La situazione non è diversa dalla nostra. In Austria, Belgio e Grecia, a causa degli ospedali al collasso, le scuole hanno chiuso per 15 giorni, ma in nessun altro Paese la didattica è mai stata fermata. In Germania tutte le scuole di ogni ordine e grado restano aperte e in caso di positività si chiude una classe, oppure un singolo istituto. I 16 lander, pur mantenendo l’autonomia gestionale, sulla scuola seguono le direttive della Merkel. La stessa cosa avviene nel Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca, Portogallo, Spagna, dove solo nei casi più gravi e circoscritti c’è alternanza fra scuola a distanza e in presenza. In Francia Macron ha fatto un patto fra generazioni: «Chiudiamo le attività, ma non penalizziamo gli studenti, perché sono il nostro futuro». E si fanno lezioni online solo in caso di quarantena.

Chi paga il conto?

Alla fine il saldo sarà presentato al Paese e alle generazioni che non sta istruendo. E nel Sud la situazione è ancor più drammatica, perché oltre al problema della dispersione scolastica c’è anche quello della didattica a distanza, che non funziona dappertutto. In Calabria oltre il 30% delle famiglie non ha accesso a internet da casa. E non va meglio in Molise, Basilicata, Sicilia e Puglia. L’Uncem, Unione nazionale dei Comuni e delle Comunità montane, segnala che in 204 Comuni la percentuale di civici senza copertura internet è superiore al 10%, in 130 la quota è superiore al 20%, mentre in 1.074 comuni i civici non coperti sono meno del 10%: troppi in ogni caso.