Perché è necessaria una nuova scuola



Fonte: Il corriere della sera. Articolo di Gianfelice Rocca del 5 novembre 2022. Il problema non sono i soldi, ma piuttosto il modo in cui li spendiamo. In altre parole, è l’organizzazione.

Illustrazione di Alberto Ruggieri

In un momento di acceso dibattito sul merito dei nostri giovani, i dati raccolti da Fondazione Rocca sulla scuola mostrano un immobilismo di 20 anni che non può che accendere i riflettori sul ruolo fondamentale di questa istituzione. La scuola dovrebbe essere la prima preoccupazione di tutti, a partire dalle classi dirigenti, soprattutto considerando che l’età media nel nostro Paese cresce: nel 2021 era di poco inferiore ai 46 anni, due in più rispetto a un decennio fa. E più una società invecchia, più diviene fondamentale la sua capacità di investire nel capitale umano dei propri giovani.

La comparazione internazionale evidenza una scuola primaria italiana competitiva. Ma quando parliamo di scuola secondaria, i risultati peggiorano inesorabilmente. I dati evidenziano che le scuole medie, in particolare, sono il nostro grande vulnus: l’impostazione di questi tre anni, non fornendo spesso stimoli adeguati, non crea nei ragazzi curiosità né favorisce lo sviluppo di competenze. Un vulnus che — ci raccontano i numeri — si trascina poi fino al termine delle superiori: quando arrivano alla maturità, sebbene praticamente tutti conseguano il diploma, circa la metà dei nostri studenti non solo non ha competenze adeguate né in italiano né in matematica, ma non ha neppure quelle necessarie a proseguire gli studi o a trovare un’occupazione (la cosiddetta «dispersione implicita»). Infatti, l’Italia è tra i Paesi europei quello con il maggior numero di giovani Neet («not in education, employment, or training»), quasi un quarto del totale nella fascia 18-24 anni. Un problema, come in generale la performance scolastica, particolarmente grave al Sud dove la dispersione implicita è 8-10 volte maggiore che al Nord.

Da cosa dipende questo dramma educativo? Dalle risorse che non bastano? Se così fosse, basterebbe allocare più fondi. Ma, purtroppo, non è così. La spesa per studente (circa 10.500 euro all’anno nella scuola secondaria superiore) è in linea con la media europea e superiore a Paesi come Francia e Spagna. Non solo: molte scuole, specie nel Mezzogiorno, integrano i finanziamenti ordinari con i fondi Pon, arrivando a raccogliere ogni anno fondi aggiuntivi per 9-10 progetti per scuola. Sebbene l’obiettivo di questi progetti sia spesso legato al contrasto alla dispersione, gli effetti sono miseri anche per effetto della distribuzione a pioggia dei finanziamenti per i quali si richiede unicamente una rendicontazione finanziaria.

Il problema, dunque, non sono i soldi, ma piuttosto il modo in cui li spendiamo. In altre parole, è l’organizzazione. Alla scuola — e soprattutto alle medie, che come ci dicono i numeri, sono l’anello debole della catena in un momento in cui il cervello dei ragazzi si sviluppa maggiormente — serve un ripensamento completo del suo funzionamento. Oggi, i ragazzi che si laureano e trovano un lavoro lo fanno grazie alla propria volontà, magari alla famiglia che li sostiene, e alla capacità di sopravvivere a una scuola che giudica ma non allena i talenti e neppure ne sviluppa di nuovi. In altre parole, grazie a meriti individuali, non della scuola.

Se pensiamo a questa istituzione come a un grande transatlantico, che trasporta un equipaggio di oltre un milione di membri (di cui circa 800mila insegnanti, fra i quali oltre 200mila solo alle medie) e otto milioni di passeggeri, non possiamo non capire che qualunque manovra è soggetta a un’inerzia enorme. Come quindi invertire la rotta, a partire dalle medie? È necessario aprire un dibattito alla ricerca delle migliori soluzioni, anche alla luce di quanto si discute a livello internazionale per la fascia 11-13 anni. Servono obiettivi chiari e manovratori esperti, forse anche una gerarchia meglio strutturata (tra dirigente e docente non esiste alcun quadro intermedio), con maggiori prospettive di gratificazioni e carriera. Le scuole operano in situazioni sociali, economiche, geografiche molto diverse: dunque avrebbero bisogno di autonomia per poter riorganizzare il tempo, lo spazio educativo, i programmi in maniera «sartoriale», ovvero ritagliata sulle esigenze specifiche dei propri studenti. Da questo punto di vista, il Pnrr contiene elementi potenzialmente dirompenti. Pensiamo ad esempio al concorso di idee per la progettazione di edifici scolastici innovativi: può consentire di rinnovare il patrimonio scolastico, ma solo se le soluzioni architettoniche saranno ancorate a una nuova organizzazione delle attività didattiche.

In questi ultimi 20 anni si sono avvicendati 12 ministri dell’Istruzione, ma l’autonomia è rimasta al palo. Oggi non possiamo più permetterci il lusso di lasciar correre. Mettere mano alla scuola dovrebbe essere la prima priorità e il primo pensiero non solo del ministro Giuseppe Valditara, ma di tutti noi.

 

 
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