Prepararsi a tornare a scuola il 7/1

  Dalla DAD alle graduatorie, istruzioni per riaprire bene il 7/1

da Il Sussidiario - 1 gennaio 2021 - Maria Grazia Fornaroli


Ogni scuola è un mondo, una realtà a sé che andrebbe compresa, stimata e messa nelle condizioni di funzionare.

La pandemia ha incrementato ovunque le differenze, nella scuola ha aperto un baratro: ci sono esperienze di didattica digitale straordinarie, ci sono scuole che sono riuscite a tenere insieme studenti, docenti e genitori, che hanno continuato, seppure a scartamento ridotto, a progettare e ce ne sono tante altre in cui la distanza ha significato l’acuirsi di tensioni, astio, conflitti, depressione e violenze.

La scuola ha bisogno di ripartire per continuare a essere quello per cui è nata: un luogo di trasmissione dei saperi, ma anche luogo di relazione significativa, di riallineamento delle condizioni di partenza. Un luogo di cultura, di studio, di amicizia ha bisogno anche di un tempo dedicato a tutto questo. La scelta invece è stata quella di affaticarla, soprattutto, per la verità, la scuola superiore.

Anche oggi i giornali “parlano” di una scuola che possa ripartire al 50% quando dirigenti scolastici e Commissioni orario sono impegnati, in questi giorni che dovrebbero essere di vacanza, in un progetto di presenza fino al 75%. È un piccolo esempio di disallineamento delle istituzioni e di comunicazione scomposta.

Le scuole primarie e secondarie di primo grado (elementari e medie per i non addetti) sono state regolarmente aperte a settembre e hanno potuto funzionare a medio ritmo, interrompendo l’attività didattica solo nel caso di presenza di contagi.

Il problema in questo caso è stato quello di garantire ai docenti e ai bambini una connettività adeguata, dotare chi ne fosse sprovvisto di devices e promuovere nei docenti la consapevolezza che si dovesse studiare per acquisire una franchezza con lo strumento informatico così da non pregiudicare l’efficacia della proposta didattica.


Sono rimasti alcuni enormi problemi: la difficoltà a intercettare i più deboli, i bambini e i ragazzi che vivono in contesti di povertà educativa. Per loro anche le alternative alla scuola, oratori, associazioni di volontariato sono off limits dallo scorso novembre. Ci si è ingegnati per farle continuare a distanza, ma non ovunque, e non è la stessa cosa.

Si sono diffusi disturbi di ansia, con crisi di panico, anche gravi, che ho visto con i miei occhi: bisognerà attivare nell’immediato futuro supporti di ogni tipo per riaggiustare gli equilibri spezzati.

Si è sperimentata molta preoccupazione, si sono viste maestre più anziane impacciate, docenti più inclini alle lezioni in asincrono e questo ha generato tensione; nei genitori più giovani c’è una giusta pretesa di efficienza ed efficacia, ma la scuola ha i suoi tempi, connettività, formazione, imitazione di buone pratiche non sono obiettivi che si conseguono in un istante. Il paese scuola, nella sua totalità, non era pronto.


Si è sperimentata anche un’insistenza pressante da parte dei genitori sulla didattica digitale che, soprattutto in una fase così drammatica, non può sostituire completamente la relazione educativa domestica.

In tutto questo si è ritenuto indispensabile passare, per la scuola primaria, a nuovi modelli di valutazione, un nuovo passaggio dai voti ai giudizi. Forse ce n’era bisogno, ma non in questo momento.

Il ministero sta offrendo un buon supporto alle scuole su questa tematica, ma le scuole sono concentrate su altro: un’altra occasione persa.

Così come il meccanismo di arruolamento si è inceppato, graduatorie su alcune discipline completamente esaurite, concorsi non conclusi, assenza di docenti di sostegno.


Quest’anno non sono mancate le risorse economiche, è mancato un coordinamento che ha oltremodo affaticato le scuole.

Il mondo della scuola superiore è ancora più variegato. I licei (che tra l’altro nei titoli dei giornali sono sempre identificati, con una sineddoche, per la scuola superiore in toto, quando invece ne rappresentano poco più della metà) hanno resistito; nei più dinamici, che hanno a capo dirigenti illuminati e tecnologicamente attrezzati, con i docenti più giovani si è potuto fare un ottimo lavoro. Ragazzi con contesti familiari medio-alti, strutturati nelle competenze di base, magari con un occhio all’estero, non hanno subìto grossi contraccolpi, anzi si sono viste soluzioni didatticamente molto interessanti.

C’è desiderio di ritrovarsi, in alcuni un po’ di resistenza ipocondriaca, di legittima preoccupazione, ma mediamente c’è collaborazione. Probabilmente si andrà incontro a una significativa riduzione delle attività progettuali che caratterizzano normalmente la scuola in presenza (laboratori, corsi di lingue, scambi, viaggi), ma il cuore delle conoscenze sarà “salvato” attraverso corsi di recupero e una probabile modifica della struttura dell’esame di Stato, come già accaduto lo scorso anno.

Quella che risulta più sacrificata è la realtà dei contesti culturalmente deboli, nei quali emergono contesti familiari conflittuali, perdita di lavoro, dipendenze di vario tipo: qui la sfida è davvero molto impegnativa. Si è parlato molto di sedie a rotelle, di connettività, di devices in comodato, ma il cuore della dimensione culturale ed educativa sta sfuggendo.

Con i ragazzi più fragili, in assenza di genialità educative alla don Milani o più di recente alla Affinati, il patto educativo si sgretola, nella didattica a distanza i ragazzi non guardano la telecamera, non svolgono i compiti, non recuperano le carenze dell’anno precedente (va ricordato che lo scorso anno sono stati “tutti promossi”).

Ora il ministero ha delegato ai prefetti il coordinamento della ripresa.

In alcuni territori i dirigenti scolastici hanno più o meno timidamente cercato di reagire. Pur comprendendo la legittimità di misure che evitino l’assembramento, si è chiesto che si tenesse conto dell’autonomia degli istituti, dell’inutilità di certe norme a vantaggio di una maggiore flessibilità, legata alle differenze di contesto. Sono stati stesi i nuovi orari, dilatandoli, dubbiosi che la nuova organizzazione possa trovare piena attuazione, vista, per esempio, la difficoltà di armonizzarla con gli orari del personale non docente: si riuscirà a garantire la necessaria osservanza delle norme sanitarie? Non lo sappiamo. Ora è materia di scontro sindacale.

L’estensione degli orari comprometterà le possibilità del recupero, dello svolgimento delle attività elettive (sportive, musicali), che costituiscono esperienze significative almeno quanto quelle scolastiche.

Saranno sacrificate le attività in alternanza, ora Pcto (Percorsi trasversali per l’orientamento, perché della parola “lavoro”, ritenuta forse inappropriata al contesto scolastico, non c’è traccia nei documenti), ma si procede.

I dirigenti scolastici, che hanno trascorso l’estate trasformandosi in architetti per garantire nelle aule il distanziamento, in questi ultimi giorni sono diventati esperti di logistica, hanno mappato gli studenti per obbedire alle richieste delle aziende dei trasporti (con cui l’interlocuzione non è sempre stata facile); avrebbero probabilmente  preferito  poter essere riconosciuti come terminali di un’impresa formativa che sintetizza i bisogni di qualche migliaio di soggetti (studenti, docenti, non docenti e genitori).

Avrebbero desiderato poter dedicare il poco tempo a disposizione a progettare interventi di inclusione, di didattica innovativa, di accompagnamento al lavoro e agli studi universitari e superiori, a fare rete con le esperienze più efficaci in Italia e all’estero, hanno invece  trascorso molto tempo (insieme ai collaboratori, a quel middle management di cui ancora nei contratti della scuola non c’è traccia) a compilare fogli excel, continuamente diversi perché continuamente diversa è stata la richiesta dei decisori.

Tutto andrà male quindi? No, il desiderio dei ragazzi e dei docenti di tornare a scuola, sempre che il virus rallenti la sua virulenza, vincerà gran parte delle criticità descritte.

Supereremo anche questa, soprattutto là dove ci siano dirigenti capaci, docenti volonterosi, soprattutto di sostegno, reti fra scuole, contributo delle università alla ricerca, fiducia nei genitori, collaborazione dei servizi sanitari e sociali.

Il mondo delle associazioni può sicuramente contribuire in maniera significativa a sostenere la scuola in questo momento così impegnativo.

È auspicabile una sinergia fra scuola statale e non statale, sicuramente più in ansia sul proprio futuro, ma in questo momento meno appesantita dalla burocrazia.

Andrà male se mancherà alleanza educativa, se le norme continueranno a mutare, allora si esacerberà il conflitto pubblico fra le competenze tra Stato, Regioni, Comuni e quello privato tra docenti e dirigenti, tra genitori e scuola. E allora a farne le spese saranno pesantemente i nostri bambini e i nostri ragazzi.





 

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