Sentenze/Lavoratore ricorre per i suoi diritti

 

Lavoratorericorre per difendere propri diritti, per la Corte Costituzionale deve esserecondannato al pagamento delle spese se perde

Orizzontescuola – 18/12/2020 – Avv.Marco Barone

 

Negli ultimi anni, come strumento di deflazione deicontenziosi, si è introdotto in modo rigoroso anche per i lavoratori ilprincipio della soccombenza. Tradotto in modo letterale, se perdi la causa,paghi le spese al datore di lavoro, salvo motivi eccezionali che possonoportare alla compensazione. E nella scuola sono oramai plurimi i casi dicondanne alle spese anche pesanti contro i lavoratori che ricorrono in giudizioper far valere le proprie ragioni.

Il fatto

La Corte Costituzionale con la sentenza 268 del 2020affronta il caso di presunta incostituzionalità della norma che riguarda lacondanna alle spese del lavoratore in casi di soccombenza dopo aver rifiutatouna proposta conciliativa. La Corte si pronuncia sulla disciplina in questione,pur affrontando un contenzioso nato nel settore privato, affermando però deiprincipi generali su tale materia che interessano anche i dipendenti pubbliciovviamente

Il lavoratore è parte debole?

“La disposizione è stata innanzi tutto censurata,rispetto ai parametri evocati, poiché si porrebbe in contrasto con l’esigenza,storicamente avvertita dal legislatore, di tutelare il lavoratore, quale partestrutturalmente debole del processo, finendo così con lo snaturare le finalitàdell’istituto della conciliazione nel processo del lavoro, quale strumentovolto ad assicurare al lavoratore una pronta tutela, evitando allo stesso icosti e i tempi di un giudizio. La diseguaglianza economica delle parti, in unocon la disciplina normativa oggetto dei dubbi di legittimità costituzionale,finirebbe, secondo quanto prospettato dal Collegio rimettente, per indurre illavoratore ad accettare una proposta conciliativa incongrua al solo fine dievitare il rischio di essere condannato alle spese. In altri termini, la sceltadi conciliare la controversia non sarebbe, nell’attuale assetto normativo,“libera”, poiché sanzionata attraverso uno sproporzionato rischio diaggravamento di spese nei confronti di chi, seppur parzialmente, abbia comunqueottenuto il riconoscimento del diritto rivendicato, senza che possaipotizzarsi, a carico dello stesso, una condotta di abuso del processo,peraltro già adeguatamente sanzionata da altre disposizioni normative. Questoostacolo al diritto di accesso al giudice si porrebbe in contrasto non solo congli artt. 3 e 24 Cost., ma anche con le altre norme costituzionali che, comegli artt. 4 e 35, attribuiscono peculiare rilevanza e tutela al lavoro”.

Chi vince la causa ha diritto al pagamento delriconoscimento delle spese sostenute

Affermano i giudici che “In effetti, come più volteaffermato da questa Corte, sebbene il principio victus victori, espresso dallaprima parte dell’art. 91 cod. proc. civ., costituisca un completamento del dirittodi azione in giudizio sancito dall’art. 24 Cost., laddove evita che le spesedel giudizio vengano poste a carico della parte che ha ragione, tuttaviasiffatto principio, pur di carattere generale, non è assoluto ed inderogabile(sentenza n. 77 del 2018), rientrando nella discrezionalità del legislatore lapossibilità di modulare l’applicazione della regola generale secondo cui allasoccombenza nella causa si accompagna la condanna al pagamento delle spese dilite (sentenza n. 196 del 1982). Ed infatti, proprio nella conformazione degliistituti processuali, nella quale rientra la disciplina delle spese delprocesso, il legislatore gode di ampia discrezionalità, con il solo limitedella manifesta irragionevolezza (ex plurimis, sentenze n. 58 e n. 47 del 2020;n. 271 e n. 97 del 2019; n. 225, n. 77 e n. 45 del 2018; ordinanza n. 3 del2020); limite che nella fattispecie in esame può dirsi rispettato”.

Non basta essere lavoratore che agisce per un propriodiritto per non essere condannati alle spese

“Invero, come di recente sottolineato da questa Corte,la qualità di «lavoratore» della parte che agisce (o resiste), nel giudizioavente ad oggetto diritti ed obblighi nascenti dal rapporto di lavoro, noncostituisce, di per sé sola, ragione sufficiente – pur nell’ottica dellatendenziale rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale alla tutelagiurisdizionale (art. 3, secondo comma, Cost.) per derogare al generale canonedi par condicio processuale espresso dal secondo comma dell’art. 111 Cost., e ciòvieppiù tenendo conto della circostanza che la situazione di disparità in cui,in concreto, venga a trovarsi la parte «debole» trova un possibileriequilibrio, secondo il disposto del terzo comma dell’art. 24 Cost., in«appositi istituti» diretti ad assicurare «ai non abbienti […] i mezzi peragire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione» (sentenza n. 77 del 2018)”.

 

 



 

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