Valutazione: primaria si torna al giudizio

 

Si torna algiudizio: cosa cambia nella valutazione dei bambini?

Il Sussidiario -  14.12.2020 – Rosario Mazzeo

 

Nella scuola primaria si abbandonala valutazione numerica reintrodotta nel 2008 e si torna al giudizio. Qual è ilmetodo più utile all’apprendimento?

Sono state pubblicate in questigiorni l’ordinanza ministeriale e le linee guida sulla valutazioneperiodica e finale degli apprendimenti nella scuola primaria, che da quest’annonon sarà più espressa in voti numerici, ma con giudizi descrittivi. La scuola ela società son pronte per un pagella priva di numeri? Basta un articolo dilegge perché cambi il sistema di valutazione reintrodotto dalla Gelmini nel2008?

Due episodi indimenticabili. Uno, in una primaelementare: il primo giorno di scuola un bambino chiede alla maestra: “Domanici dai il voto?”. L’altro, nella prima assemblea con i genitori della classeprima della scuola primaria. “Maestra – domanda una giovane signora – lei chescale usa per assegnare i voti?”

Due semplici fatti che danno l’idea di quante atteseossessive trascina con sé il voto quando si ignora o si censura che esso nonpuò essere la meta e neppure la strada dell’apprendimento.

Eppure “scuole hanno funzionato – nota Maulini –insegnanti hanno insegnato, bambini hanno studiato (e perfino, sembra,imparato) ancor prima della machiavellica invenzione”, cioè del voto numerico.

Ma chi l’ha inventato questo voto?

L’onore della machiavellica invenzione spetta agliuomini della rivoluzione francese, in particolare ai giacobini e a NapoleoneBonaparte. I rivoluzionari, una volta al governo, riprendono il modello deicollegi dei gesuiti per organizzare il sistema delle scuole secondariefrancesi, dimenticandosi della loro opposizione ai seguaci di sant’Ignazio di Loyola.Successivamente, Napoleone, da imperatore, introduce il voto nella scala da 0 a20. In questo modo ciò che era simbolico per i gesuiti si traduce in un numero,cioè in qualcosa di quantificabile, misurabile, assoluto.

L’uso del voto al posto del simbolo si diffonde subitoin altri paesi, senza porsi mai il problema della valenza istituzionale,culturale ed educativa di questa “invenzione”. Neppure la docimologia o“scienza degli esami”, che vede la luce in Francia agli inizi del Novecento, siinterroga sul perché la valutazione debba essere misurazione. Ancora oggi “inun contesto di psicometria trionfante, non ci si domanda se la valutazionepotrebbe essere qualcosa di diverso, e di più specifico, che non una semplicemisura. Ci si rammarica che essa non lo sia effettivamente… e si compionosforzi per riportarla o metterla sulla retta via della misura rigorosa escientifica… Il valutatore deve misurare le performances scolastiche come unfisico misura la temperatura di un liquido” (C. Hadj).

Questi brevi cenni storici ci permettono di inquadrareil dibattito in atto: voto “sì”, “no”, “ni”. E non solo per la primaria.

I sostenitori del “sì” si basano su quattro argomenti,le cui parole chiave iniziano con la M. Affermano: i voti in decimali sono una misurasemplice e chiara degli apprendimenti; attivano la competizione tipicadelle logiche di mercato; rappresentano una giusta ricompensa del merito;motivano gli studenti.

A loro volta, i contrari al voto in numero denuncianola confusione tra valutazione formativa e valutazione “da esame, concorso,gara” presente nei difensori del “sì”; la riduzione della valutazione amisurazione; la censura di molti aspetti del processo valutativo,semplificandolo in formule presuntuosamente risolutive, neutre, “imparziali”.Fanno notare che il voto in decimi: assegna valore solo alla prestazionecausando ansia e negando il ruolo dell’errore nell’avventura della conoscenza;etichetta e classifica gli studenti, ostacola la personalizzazione deipercorsi, aizza gli alunni alla competizione selvaggia. Produce, infine,fattori disintegranti la classe, spinge a strategie di furbizia scolastica(copiare, bigiare, bulleggiare), non promuove motivazioni intrinseche.

Quelli del “ni”, invece, avvertano con Ugo Avalle che“il problema della valutazione non è tanto assegnare un voto, quantoanalizzare tale votazione, capire cosa contiene o sottende, come l’alunno visia arrivato, che cosa ha fatto la scuola per condurvelo, quali possibilitàegli ha di progredire e quali pericoli esistano che torni indietro”.

La legge 126/2020 del 13 ottobre fa sua la posizionedel “no” al voto numerico. I bambini da quest’anno, pertanto, saranno valutatiin itinere senza voto numerico e a fine quadrimestre con giudizi descrittiviper ciascuna delle discipline di studio.

La scuola e la società sono pronte per una pagellapriva del voto numerico?

Purtroppo, sembra di no. Eppure è il momento opportunoper una revisione profonda della cultura e della pratica valutativa dominata,di fatto, dalla misurazione e dal feticismo del voto. Abbiamo visto nel periododel lockdown primaverile che è possibile, gratificante, conveniente valutarenon solo gli apprendimenti, ma soprattutto per gli apprendimenti. Delresto, come si osservava in un precedente articolo, molte scuole funzionanoegregiamente anche senza l’arma del voto. Parafrasando Maulini potremmo dire:“Noi vediamo che gli insegnanti insegnano, i bambini studiano (e perfino,sembra, imparano) anche senza ricorrere alla machiavellica invenzione”.

Naturalmente non basta un articolo di legge perchéaccada un effettivo cambio di rotta. Occorre innanzitutto una cultura dellavalutazione pedagogica e, quindi, una pratica condivisa, adeguata e coerente,professionalmente caratterizzata da competenze comunicative e relazionali dialto livello. Questo senza dimenticare che, in un’ottica della valutazione comeopera aperta, comune, in divenire, attori sono anche gli studenti e lefamiglie. Per un’esperienza di valutazione liberata da pregiudizi, da prassidistorte, dalla tirannia del numero, sono necessari anche la praticadell’autovalutazione come riflessione critica sull’apprendimento e l’esercizioquotidiano del giudizio costruttivo con feedback efficaci. I bambini, infatti,non hanno bisogno di quantificare gli esiti degli apprendimenti con numeri, madi essere accompagnati, incoraggiati, apprezzati, approvati dagli adulti e daicompagni e quindi assaporare il gusto di imparare e di conoscere anche ascuola.

Ricordo l’episodio raccontatemi dalla mamma di unbambino all’inizio del secondo quadrimestre della seconda primaria. Quel giornoPietro aveva portato a casa il compito e l’aveva consegnato a sua madre come alsolito. La signora lo sfoglia e vedendo il voto con stupore ed orgoglioesclama: “Hai preso ancora 10, Pietro!”. E il bambino fa: “Mamma, che cosa è10?”. A Pietro non interessava il numero, ma la soddisfazione di imparare, cioèdi ricevere e verificare risposte alle sue domande. Come ogni bambino habisogno del giudizio, non della misura. Lui vuole conoscersi ed esserericonosciuto nello sguardo di chi è in rapporto con lui, in particolare dellefigure a cui è in special modo attaccato.

 

 



 

Copyright © 2021 Di.S.A.L.