Regioni e Scuole: le disuguaglianze figlie del centralismo

  Azzolina, le diseguaglianze sono figlie delcentralismo (non il contrario)

IlSussidiario -  09.12.2020 – Anna MariaBellesia

 

In audizione pressola Commissione parlamentare per le questioni regionali Azzolina ha detto “no alregionalismo delle diseguaglianze”. Ma si sbaglia

Nei giorniscorsi la ministra Azzolina ha ribadito chiaro e forte il suo “No alregionalismo delle diseguaglianze”, intervenendo in audizione presso laCommissione parlamentare per le questioni regionali, dove è ancora in corsol’indagine conoscitiva sull’attuazione del regionalismo differenziato,cominciata nel 2019. La ministra ha letto un lungo discorso, con puntualiriferimenti normativi. Ma la frase che più ha colpito, come riportato daimedia, è che “la diseguaglianza tra i livelli di sviluppo dei diversi territoriinduce a scongiurare l’opportunità di un regionalismo differenziato in materiadi istruzione”.

È il centralismodelle inefficienze che ha prodotto le diseguaglianze

Giàl’espressione “scongiurare un’opportunità” sembrerebbe una contraddizione intermini, perché si “scongiura” un danno, non un’opportunità che è previstadalla Costituzione. Traspare, insomma, un atteggiamento di chiusura fortementeideologico, da parte non solo della ministra, ma soprattutto di quel Movimento5 Stelle che si proponeva come “post ideologico” e aperto al regionalismodifferenziato, salvo poi fare un dietrofront radicale che l’elettorato hadimostrato di non capire affatto (vedi recenti elezioni regionali).

Restando inmateria di istruzione, basta semplicemente constatare come decenni di centralismo ministeriale abbiano prodottoinefficienze e diseguaglianze insuperabili. Guardiamo i risultati Invalsi, inumeri della dispersione, o l’annuale sempre più disastrosa attribuzione degliorganici alle scuole. Da 20 anni c’è l’autonomia delle istituzioni scolastiche,ma è un’autonomia debole e assolutamente dipendente dalle burocrazieministeriali. Dal 2013 è in vigore il sistema nazionale di valutazione, cheobbliga ai piani di miglioramento. Ma anche questi sono diventati adempimentipuramente burocratici, che producono inerti montagne di scartoffie, beatamenteignorate dalla comunità scolastica.

Insomma, alloslogan della Azzolina è fin troppo facile contrapporre un “basta colcentralismo delle inefficienze”, che le diseguaglianze le ha prodotte, senzamai avere la capacità di trovare soluzione alcuna. Anzi, specialmente in unmomento come questo è necessario avere “visione”, cioè uno spirito pragmatico eaperto, capace di cogliere (non di “scongiurare”!) tutte le opportunità.

Titolo V, uncambio di paradigma che non piace agli “statalisti”

La riforma delTitolo V del 2001 comporta un cambio di paradigma “sulla base dei princìpi disussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza” (articolo 118 Cost.). La nostraCostituzione apre a un’importante evoluzione della società a livelloorganizzativo e decisionale, riservando al centro i compiti che la periferianon è in grado di svolgere e valorizzando le capacità dei territori. “Lefunzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarnel’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regionie Stato”. Il cambio di mentalità è radicale. Forse per questo nell’ultimoventennio è stato così difficile trovare un nuovo equilibrio fra spinteinnovatrici e resistenze conservatrici.

La riforma delTitolo V, che ha aperto all’effettiva possibilità di realizzare un modellostatale decentrato, non è mai piaciuta agli “statalisti” e “centralisti”. Neglianni recenti, ben due governi (Monti e Renzi) hanno tentato di ri-modificarequesta parte della Costituzione, riportando in capo allo Stato la competenzalegislativa in diverse materie e introducendo la cosiddetta clausola disupremazia statale.

A questo puntoperò, falliti i tentativi di neo-centralismo, non resterebbe che impegnarsi atrovare soluzioni e accordi per dare attuazione, nel migliore dei modi, a quelprincipio di sussidiarietà enunciato all’articolo 118 e prima ancora nelTrattato di Maastricht del 1992.

Quanto altimore, agitato da alcuni, che l’autonomia differenziata vada a scardinarel’unità nazionale, è stato smontato dallo stesso presidente Mattarella, con laprecisazione che l’autonomia “rappresenta un valore costituzionale e apporta uncontributo di grande rilievo che qualifica l’unità nazionale”, evidenziandocosì il cambio di paradigma. Il dubbio riguarda piuttosto la capacitàdell’attuale classe politica che siede in Parlamento di farsi responsabile diun compito storico rimandato da troppo tempo.

Il punto dellasituazione sul regionalismo differenziato

Al momento,tutto procede a rilento. Nella precedente legislatura, si erano attivate perprime tre regioni: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. Il 28 febbraio 2018, ilGoverno allora in carica ha sottoscritto tre distinti Accordi preliminari, conun primo elenco di materie, per una durata decennale. L’Intesa doveva essereapprovata dalle Camere con “legge rinforzata”, a maggioranza assoluta deicomponenti.

Con l’avviodell’attuale XVIII legislatura, il governo giallo-verde aveva posto ilregionalismo differenziato fra le questioni prioritarie. Tuttavia, il primoscoglio non superato è stato il trasferimento delle risorse necessarie per unautonomo esercizio delle competenze. Con l’attuale governo giallo-rosso, aottobre 2019 il nuovo ministro per gli affari regionali, Francesco Boccia, haespresso l’intenzione del Governo di ripartire dal lavoro svolto, fermorestando il rispetto del “principio di coesione nazionale e di solidarietà” esubordinando l’attribuzione alle Regioni di ulteriori forme di autonomia alladefinizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritticivili e sociali (Lep). Boccia ha altresì annunciato un’iniziativa legislativavolta a definire una “cornice normativa unitaria”, in cui definire gliinterventi di attuazione delle autonomie differenziate.

È già passato unanno e finora è tutto fermo. Forse un’accelerazione potrebbe essere data dallerisorse in arrivo del Recovery Fund europeo, da utilizzare negli interventi diperequazione infrastrutturale tra Nord e Sud. Da un bel po’ di tempo, inoltre,è in corso un’indagine conoscitiva che sembra non finire mai presso laCommissione parlamentare per le questioni regionali, nell’ambito della quale èstata sentita anche la Azzolina.

Serveconsapevolezza e un cambio di mentalità

L’atteggiamentopiù sensato oggi sarebbe di affrontare il cambiamento come un’opportunità disviluppo per il Paese, portando a conclusione il processo riformistico avviato20 anni fa, dimostrando maturità politica e istituzionale, che significaentrare in una logica di sano pragmatismo per superare i problemi aperti invecedi rinviarli sine die, dalla definizione delle materie secondo le esigenzepeculiari dei territori alla necessaria ri-allocazione delle risorse, alrispetto del criterio di equilibrio e coesione che spetta allo Stato garantire.

Il cambio diparadigma esige atteggiamento di apertura, capacità di negoziazione, lealecollaborazione e responsabilizzazione. Non a caso il presidentedell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, sentito due mesi fa nell’ambito dellastessa indagine conoscitiva, ha avuto parole ben diverse dalla Azzolina. Serve“una nuova consapevolezza sul ruolo che il sistema delle regioni e delleautonomie nel suo complesso può e deve rivestire nel nostro ordinamento e nellaconcreta azione istituzionale e amministrativa”, ha detto Bonaccini, esprimendochiaro e forte questo concetto proprio in una fase particolarmente difficileper il Paese travolto dalla pandemia Covid-19, sottolineando altresì cheservono tempi certi. “Ritengo davvero necessario che il Parlamento, il Governoe le istituzioni regionali assumano la responsabilità di iniziative checoniughino gli interessi dei territori con le esigenze di visione strategica eunitaria del sistema Italia, alla prova di un passaggio di eccezionalecomplessità”.

Non si può cheessere d’accordo, per le ragioni sopra dette, con gli ormai numerosirappresentanti dei territori che considerano strategico per il rilanciodell’Italia sviluppare (in tempi non biblici) il percorso di autonomia,garantendo sia l’unità giuridica ed economica della nazione, ma anche ladifferenziazione territoriale, secondo le esigenze che vengono dal basso.

 

 

 



 

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