Scuole chiuse: la scuola non è responsabile dell’aumento dei contagi

 

L’analisi degli esperti: “La scuola non è responsabile dell’aumento dicontagi”

da laRepubblica – 19/11/2020 - Elena Dusi

Scuoleassolte. Il serbatoio di benzina del coronavirus non è lì. Nonostante i datimessi a disposizione degli scienziati non siano abbondanti, AntonellaViola ed Enrico Bucci concludono: “La popolazionescolastica non ha avuto un ruolo primario nell’esplosione di casi a cuiassistiamo da settimane”, anche se “non è esente dal contagio, cosa che sarebbeimpossibile”. In un’analisi indipendente, portata avanti dalla direttricescientifica dell’Istituto di ricerca pediatrica di Padova e dal professore dibiologia dei sistemi complessi della Temple University di Philadelphia, silegge che gli under 20 si infettano e infettano gli altri come il resto dellapopolazione, in media.

“I tempi diraddoppio per ciascuna fascia di età, considerando tutti i dati disponibili neirapporti dell’Istituto Superiore di Sanità dal 25 agosto al 7 novembre, sonoindistinguibili. Il valore assunto dai positivi in una delle curve perqualunque fascia di età risulta sempre proporzionale a quello assunto inqualunque altra fascia di età” scrivono i due ricercatori. Ma con un’eccezioneimportante. Tra 0 e 10 anni il virus corre molto meno. È dai 10 ai 20 anni chei ragazzi, dal punto di vista dell’epidemia, diventano indistinguibili dagliadulti. Lo spiega nei dettagli Antonella Viola.

Il viruscorre a velocità diverse nei bambini e negli adolescenti? 

“Il motivonon è del tutto chiaro, ma al di sotto dei dieci anni i bambini trasmettonomeno il virus agli altri. La soglia dei dieci anni non è nettissima. Alcunistudi fissano il discrimine a 12, altri a età più basse. Ma si vede chiaramenteche fra materne ed elementari da un lato e medie e superiori dall’altro ci sonodifferenze. Mettendo a confronto le curve della crescita dei contagi tra 25agosto e 7 novembre si osserva che fra gli under 10 l’epidemia ha lo stessoandamento degli over 90, una fascia d’età molto attenta a non esporsi a rischi.Dai 10 anni in su la curva dei contagi comincia a diventare più ripida. Dove ilvirus si diffonde di più è soprattutto fra i 20 e i 50 anni”.

Avete vistocambiamenti nella curva dalla riapertura delle scuole? 

“No,l’andamento è stato costante in tutto il periodo tra fine agosto e primasettimana di novembre. Se le scuole avessero contribuito all’accelerazionedell’epidemia, avremmo visto aumentare la pendenza della curva dei contagidalla fine di settembre, circa due settimane dopo la riapertura delle scuole.Né ci sono state differenze nelle Regioni che hanno rimandato l’iniziodell’anno oppure hanno deciso di richiudere le aule”.

I dati cheavete usato sono divisi per fasce d’età ma non distinguono chi va a scuola echi no. 

“Infatti, equesto è un problema per l’analisi. Abbiamo anche scritto al ministrodell’Istruzione Azzolina, ma purtroppo il problema è a monte. Chi effettua iltampone indica solo l’età, non l’eventuale frequenza della scuola. La raccoltadati in Italia è carente da molti punti di vista, non ha nulla a che vedere conl’organizzazione della Germania. Un primo problema da noi è la disomogeneitàdei metodi di raccolta e memorizzazione dei questionari dei positivi e dei lorocontatti. Asl diverse hanno database che non comunicano e non permettonoconfronti o analisi approfondite. Poi non esiste una raccolta delleinformazioni specifiche sulla popolazione scolastica. Per le Asl che effettuanoil test conta solo l’anno di nascita. Anche noi, nella nostra analisi, nonsiamo potuti andare oltre la raccolta dei contagi per fasce d’età”.

Anche inGran Bretagna, dove tre giorni fa è stato reso pubblico un rapporto sullescuole, si notava la differenza fra elementari da un lato e medie e superioridall’altro. 

“Sì, fra ipiù piccoli ci sono classi con uno o due casi, ma raramente dei veri e proprifocolai. Ovviamente, perché i contagi non si estendano è necessario che lemisure di igiene nelle classi siano rispettate in modo rigoroso, come avvienead esempio in Nord Europa. Laddove invece non si usavano mascherine e non simantenevano le distanze, come è avvenuto d’estate in alcuni istituti inIsraele, i contagi si sono moltiplicati. Ma oggi sappiamo come prevenire ifocolai scolastici. Siamo in una posizione di vantaggio rispetto a marzo,quando il problema era deflagrato in modo talmente violento da non permetterciche una soluzione: fermare tutto il prima possibile”.

Perché alloramolte regioni in Italia, ma anche molte metropoli, soprattutto negli StatiUniti, stanno decidendo di passare alla didattica a distanza anche per ipiccoli? 

“Perché teste tracciamento, almeno in Italia, spesso non riescono a seguire i casi. Se inuna scuola c’è un positivo, occorre fare il tampone a un gran numero dicontatti e il sistema rischia di andare in tilt. Molte classi si ritrovano inisolamento o quarantena per l’impossibilità di eseguire i test in tempi rapidi.A quel punto la situazione diventa ingestibile e si preferisce chiudere tutto.Per questo chiediamo che nelle scuole si usino di più i test rapidi. In Venetoad esempio, dove il loro uso è diffuso, il sistema scolastico sta per ilmomento reggendo”.

 

 




 

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