Scuole chiuse: cambia il paradigma pedagogico

 

Dal modello-setaccio al modello-lievito: idee per vincere la buro-pedagogia

Il Sussidiatio.net -  18.11.2020 - Giacomo Scanzi

GiuseppeBertagna nel libro “La scuola al tempo del Covid” lancia un cambiamento diparadigma. Centrato su esperienza viva e persona

Ciò chericorderemo della nostra scuola in questi mesi terribili saranno probabilmentei banchi con le rotelle e il rossetto luminescente del nostro ministrodell’Istruzione. Oh, venga il giorno in cui si possa finalmente ridere deinostri ricordi e provare quello strano sentimento di nostalgia che puraccompagna anche i giorni più tristi. Insomma, ricordi levigati a puntino perpotervi sopravvivere. E i più giovani (quelli che chiameranno nonna e nonno inostri figli) che questi giorni non li hanno vissuti, penseranno a unabarzelletta, che si ha voglia di scherzare, che si amano i paradossi. Perchéloro saranno figli di una scuola che nemmeno si avvicina a quella lontanacomica.

Impossibilecredere che ci sia stato uno scontro tra chi voleva scuole aperte e chi chiuse,che il ministro le volesse assolutamente aperte e se le trovò chiuse, chequattro studenti su dieci non possedevano un computer o una connessione, cheuna significativa porzione dei docenti non sapesse usare adeguatamente un pc,che non si andasse a scuola anche d’estate, che si usassero parole strane come presenzae remoto o addirittura Dad… Saranno questi nostripronipoti gli alunni di una scuola nuova, come quella che prefigura GiuseppeBertagna in La scuola al tempo del Covid, in uscita inquesti giorni per Studium? Chissà.

Intantopossiamo prefigurare possibili scenari leggendo le trecento pagine di Bertagna,intense ma scorrevolissime, in cui il docente di pedagogia generaleall’Università di Bergamo e attivissimo ideatore di politiche scolastiche (suala proposta originaria di riforma della scuola del ministro Letizia Moratti)ragiona sul presente e lancia una proposta di “cambiamento di paradigma” circail rapporto tra politica e pedagogia, l’organizzazione della scuola, il ruolodella scuola in una società complessa e la stessa natura dell’insegnare edell’insegnante.

Come accadein tutte le esperienze pestilenziali, con le pandemie vengono a nudo le nostrecontraddizioni, ma vedono la luce anche le intelligenze, perché ilvirus non intacca soltanto i tessuti, ma scuote le menti, laddove esistono,innesca la loro creatività, permette di trovare, fuori dalle vie maestreinfestate di infetti e di stupidi, percorsi laterali. E si sa, è qui che disolito i geni, ammesso che esistano, trovano le soluzioni.

Bertagnaripercorre questi nostri mesi quasi come in un diario “programmaticamente edesplicitamente critico”, evidenziando, dal punto di vista della scuola, tuttigli errori, le discrasie, i danni di una buropedagogia che perperpetuare se stessa e giustificare la propria esistenza, diffonde le proprieragnatele su ogni esperienza viva. Perché è la logica dell’in fila per tre cheguida ancora la nostra visione educativa, mai discostatasi dal fascino perversodella caserma. Insomma, Pinocchio non è ancora diventato un bambino e, inquesto magma di circolari e contro-circolari, non lo diventerà mai.

Èinnanzitutto dall’intreccio di politica e pedagogia che Bertagna prende lemosse, “in quanto ambedue le dimensioni hanno a che fare con il mondo delpossibile da realizzare nell’essere storico-mondano del reale”. “L’ideale diquesto rapporto – scrive Bertagna – sarebbe sempre quello teorizzato daPlatone: che possa esistere una politica capace di essere davvero ‘tecnicaregia (basilikè téchne)’, cioè in grado di far ‘trionfare ciò che ègiusto attraverso il coordinamento e il Governo di tutte attività che sisvolgono nella città’. Una politica che si fa paideia vera, giusta ebella, e viceversa, in altre parole”. Utopia.

Infatti alloscoppiare della pandemia “la politica del Governo sulla scuola, le altrepolitiche dell’opposizione” e “le pedagogie della scuola presenti nel dibattitopubblico si sono infilate in una logica autistica: ciascuna gridava a se stessale proprie virtù”. E che dire del rapporto e della relativa immagine, trapolitica e scienza? Altra questione cruciale che il Covid ha fatto emergere intutta la sua debolezza. “Un’immagine e una concezione della scienza, in questocaso medica, e dentro di essa delle scienze mediche di alcune specializzazionifinora rimaste in ombra mediatica e di prestigio accademico, che avevano chiariretrogusti di epistemologia positivista. In questo senso, i pronunciamentidell’Istituto superiore di sanità e del Comitato tecnico scientifico italianoobbedivano e volevano far obbedire i cittadini alla legge un po’ sbrigativadella Roma locuta, causa finita est”.

Attaccata acertezze obsolete nel clima di novità arrivato dalla Cina, la medicina ha cosìoscillato tra poli opposti balbettando, come lo studentello poco preparato madeciso a non mostrarlo al suo esaminatore, le proprie certezze variabili, innome di un canone accademico che fa acqua da tutte le parti e di una sé-dicenteperfezione di principio. All’angolo, la politica con il suo nanismointellettuale, s’è ridotta a certificare ogni dichiarazione programmatica,incapace di governare non solo i processi, ma perfino le opinioni.

Così, comegià aveva evidenziato Camus nel cuore della sua Orano, “l’irruzione delCovid-19 balzato improvvisamente e imprevedibilmente fuori dall’angolo piùriposto della casa, sotto forma di ospite inatteso, di straniero non familiare,di entità mostriforme che spaventa il padrone e lo spaesa (quasi una fotografiadel perturbante di Freud), ha squarciato il velo dell’illusione e ha spintogoverni e popoli, classe dirigente e dominata, colti e ignoranti a camminarecome sonnambuli o come ubriachi sul ciglio dell’ignoto, istupiditi daun’immediatezza purtroppo non passeggera”.

E con losguardo retroverso alle certezze per autodefinizione perfette accumulate dallamedicina ieri, ecco che a fare le spese è stata innanzitutto la scuola, ilmagico regno dell’imperfezione che costruisce e della scommessa sul domani.“Trattati tutti da ‘allievi/alunni’ che si sente il dovere di ingozzare aforza, come oche per il fois gras, del massimo possibile di ingredienticulturali uguali per tutti” e guidati come pazienti in fase post-operatoria,indifferenti al grado di felicità che la situazione procura. Perché il malato,il soldato, il carcerato o l’operaio nella fabbrica fordista non devono esserefelici, devono semplicemente obbedire e, ovviamente, per il loro stesso bene. Inquesta scuola alla prova del virus, in cui si è perfino rafforzato l’imperativocategorico di produrre cittadini obbedienti, l’unico risultato certificato è uncaos in cui presenza e assenza, mobilità e fissità, realtà reale e virtualehanno giocato, messi in campo i giocatori, ciascuno la propria partita comenella metafora di Karl E. Weick (Le organizzazioni scolastiche come sistemia legame debole [1976], trad. it. in S. Zan, Logiche di azioneorganizzativa, il Mulino, Bologna 1988).

Eppure,sostiene Bertagna, quella della pandemia è stata una grande occasione (persa)di rovesciamento del tavolo, di sperimentazione, di libertà dagli schemi chegià il virus ha fatto saltare (solo la buropedagogia non se n’è accorta).L’ipotesi, già avanzata a suo tempo, di una Scholé estiva in cuiprovare nuovi paradigmi antropologici e nuove esperienze di scuola da affinaree introdurre in una grande riforma filosofica e organizzativa della scuola in chiave personalistica, èstata inascoltata. Soprattutto è stata un’occasione di ripensamento di queglioggetti di culto che hanno fatto della scuola un feticcio impolverato e sempremeno utilizzabile. Così risuonano, come risibile ombra di un passatopartecipato, idee come meritocrazia, eccellenza, competenze eccetera, buonegiusto per eccitare una ministra e i suoi discendenti.

Lasciamofare ai piccoli, annota Bertagna. Loro il mondo, anche quello in-pandemico epost-pandemico, lo sanno reinventare: “Non ci si può toccare? Non per questoessi smettono di giocare: inventano il gioco del non toccarsi. Bisogna staredistanziati perfino tra amici per la pelle? Inventano un modo per farlo conreciproca soddisfazione. Starnuti e moccoli che colano sono pericolosi e daguardare con più sospetto di un tempo? Trovano un modo per starnutire esmoccolare in modi addomesticati e friendly. Ecco, sono le bambinee i bambini, ancora non condizionati, come tutti gli adulti, da dispositivisociali e culturali consolidati che portano alla coazione inconsapevole, con laloro innocenza e creatività, ad insegnarci a fare quello che si faceva prima,ma a farlo in modo nuovo e diverso con gli stessi significati”.

Ricominciaredal piccolo sarebbe stata una grande scommessa. Valorizzareesperienze singole, maturate in ambienti liberi, proprio come una possibile Scholéestiva, in piccoli gruppi in cui la figura stessa dell’insegnante simodifica per contatto, in cui si poteva sperimentare e consolidare una nuovaalleanza fra i tre orizzonti dell’orale, dello scritto e del digitale, potevaessere non solo una grande esperienza di nuova comunità pensante e agente, maun modello per un ministro intelligente e illuminato, capace di invertire ilrapporto di sudditanza della persona alla struttura. Ma per inventare unascuola, così come aveva fatto Gentile a suo tempo, occorre conoscere il mondoin cui si vive e passare dall’annusare l’odore delle scartoffie all’inalarel’odore della vita e della realtà.

In questavisione personalistica della scuola in cui ogni soggetto si sente protagonistadella propria storia e della propria particolare eccellenza, valorizzata econdivisa come in un tutto interagente ai fini della crescita di ciascuno, coni propri talenti posti alla curiosità intellettuale e al servizio di tutti, lascuola si promuove a una vera esperienza di democrazia e di libertà, in cuiperfino il valore legale del titolo di studio perde il suo senso. Sipasserebbe, insomma, da una scuola-setaccio a una scuola-lievito in cui ognipersona possa scoprire e perseguire la propria personale eccellenza.

Il burocrateè l’unica persona al mondo che crede che fatta la Pietà da un cubo di marmo, sipossa riportare la stessa al suo status originario. In questo non pecca difantasia, benché stupida. Ed è proprio questa convinzione che rende inutileogni pensiero creativo e vano perfino il genio di Michelangelo.

C’è unappuntamento che farà da termometro della febbre da parotite del sistemapara-politico che avrebbe certo ispirato Alfred Jarry: l’utilizzo dei miliardiche arriveranno dall’Europa e su cui stiamo facendo forse troppo affidamento.l’Europa ci ha chiesto di fare il compito a casa: “Racconta come utilizzerai isoldini che ti vengono affidati”. Il componimento è stato consegnato, mal’esito è stato un bel cinque. “Il Governo italiano – scrive Bertagna – nelpresentare il 15 settembre le Linee guida per la definizione del Piano nazionaledi ripresa e resilienza che avrebbe dovuto costituire la possibile mappa delleidee per sei progetti da action plan europeo da cui ricavare le ipotesiprogettuali prioritarie da presentare all’Europa, ha dedicato alla riforma delnostro sistema di istruzione e formazione pagine e slide di insolitagenericità, farraginose, un bric à brac detritico e,purtroppo, espressione delle solite idee mainstream che,sebbene con qualche diverso infiocchettamento, occupano da decenni i polverosicassetti degli uffici e delle menti ministeriali”.

Per fortuna,dopo aver letto il componimento italiano, l’Europa ci ha offerto, seguendo lelinee presentate da Francia e Germania, delle linee guida da seguire. Insomma,ci ha detto, fa’ come loro. Tornato al posto, il nostro Governo ritenterà.Sperando che non gli venga la tentazione di copiare, di riempire le slide diparolone prese a caso qua e là. Insomma, come si dice a Milano, di “intortare”il maestro.

Unconsiglio: legga il Governo la proposta che fa Bertagna a conclusione del suolibro. Conclusione cui rimandiamo anche il lettore.

 

 

 



 

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