Riapertura scuole: quale paradigma di insegnamento dopo l’emergenza sanitaria?

 

Come salvarla? Attenti alla trappola dell’“idea geniale”

Il Sussidiario -  14.08.2020 - Giorgio Chiosso

 

Ritornaciclicamente nella vita scolastica italiana l’attesa miracolistica di un’ideageniale che rilanci la qualità dell’istruzione. Un errore. E attenti allecantonate

Torna eritorna ciclicamente nella vita scolastica italiana l’attesa miracolistica diun’idea geniale che rilanci la qualità dell’istruzione. Chi ha i capellibianchi ricorda varie stagioni del dibattito politico e pedagogico segnate daaspettative esagerate rispetto a proposte interessanti, meritevoli di nonessere strapazzate e gestite invece come “mode temporanee” con superficialeapprossimazione.

Tra gli anni60 e 70, ad esempio, ebbe grande risonanza la didattica della ricerca. Sullascia della conoscenza di Bruner si pensò fosse giunto il momento di promuoverenuove modalità di apprendimento. Ci fu un’esplosione di iniziative perscreditare i libri di testo unite alla critica alla lezione trasmissiva. Lecose andarono però diversamente: un editore con fiuto confezionò un’appositaenciclopedia scolastica e in breve tempo le case della piccola e mediaborghesia italiana si riempirono dei volumi di Conoscere. La ricercamolto banalmente si ridusse in moltissimi casi nell’inutile esercizio dellatrascrizione di pagine e pagine su quaderni e album.

Poco piùavanti la scuola italiana fu inondata dal mito della programmazione didatticacon relativa pubblicazione di volumi (in gran parte traduzioni o adattamenti ditesti anglosassoni) che aiutavano gli insegnanti a organizzare la loro attivitàall’insegna di obiettivi, tassonomie, griglie di valutazione. Si moltiplicaronole riunioni, la compilazione di moduli e documenti, i dirigenti pretesero lacertificazione della programmazione di classe. L’unico vero progresso che nederivò fu il passaggio dalla valutazione cosiddetta sommativa alla valutazioneformativa.

Fu poi lavolta – lo dirò in ordine sparso – della partecipazione delle famiglie,dell’innamoramento per il cooperative learning, dell’ennesimo ostracismoalla lezione frontale, del declino – speriamo non irreversibile – delleconoscenze a vantaggio esclusivo della competenze, della formula“efficacia-efficienza” e via di questo passo, fino alle vicende di questiultimi mesi quando gli insegnanti (almeno quelli che lo hanno fatto) a scuolechiuse si sono arrangiati per mantenere qualche forma di collegamento con i rispettiviallievi.

Stando aquello che si legge sui giornali si profila all’orizzonte l’avvio di un grandedibattito sul futuro della scuola da porre in relazione a una parte dei tantimiliardi posti a disposizione del nostro Paese. La speranza è che si restilontano da altre tentazioni miracolistiche del tipo di quelle che abbiamosommariamente ricordato (oggi gode di grandi favori, ad esempio, la didattica adistanza, utile a certe limitate condizioni, ma inidonea a rappresentare ilbaricentro di una riforma scolastica).

Pochesemplici avvertenze. La circolazione del virus e l’eccezionalità di quanto èaccaduto hanno alimentato anche la formulazione di tante proposte, ipotesi dilavoro, tentativi di cambiare, migliorare, trasformare l’esistente in unalogica artigianale forse di qualche utilità per rispondere a situazionispecifiche, ma a rischio improvvisazione se si volessero generalizzare senzaadeguate conferme e validazioni. Qualora si andasse per questa stradarischieremmo un 8 settembre scolastico: ciascuno per sé all’insegna del motto“si salvi chi può”. 

Non c’èbisogno di discussioni ove ciascuno dispone la sua bandierina e la sua idea dirilancio della scuola. Abbiamo soprattutto bisogno di restituire la scuola aisuoi protagonisti principali: gli studenti e gli insegnanti. Ciò significaveder tornare gli alunni nelle aule, riprendere – quanto più possibile – insicurezza la vita scolastica quotidiana, stare lontani da qualsiasiesagerazione.

Contro isalti nel buio può essere utile la lettura di un piccolo ma molto serio librouscito qualche mese a firma di due ottimi studiosi di tematiche didattiche,Antonio Calvani e Roberto Trinchero intitolato Dieci falsi miti e dieciregole per insegnare bene (Carocci Faber, 2020). Sulla scorta dellerigorose ricerche condotte da autori che studiano l’efficaciadell’apprendimento nell’ottica dell’evidence-based (Hattie, Marzano,Pickering, Pollock e altri) secondo gli autori è possibile individuare iprincipi ispiratori delle pratiche scolastiche in grado di assicurare irisultati migliori. Questi principi sono però annebbiati da numerose credenze,miti, infatuazioni temporanee che distraggono la scuola e orientano gliinsegnanti verso prassi dispersive.

Per esempiola diffusa tesi secondo gli allievi apprendono meglio se lasciati lavorare dasoli è smentita alla prova dei fatti. Il problem solving guidato è moltopiù efficace del problem solving nelle mani dei soli studenti per quantoesperti. Anche l’affermazione secondo cui “bisogna partire dalla pratica” èmolto discutibile perché, come già annotava Dewey all’inizio del Novecento, nonsi apprende dall’esperienza, ma dalla riflessione su di essa e cioè dal momentorielaborativo dell’apprendimento. Quanto, poi, all’impiego delle tecnologie –certamente indispensabili – non bisognerebbe eccedere, perché la correlazionetra il loro impiego e il rendimento degli alunni è sconfessata dalla ricerca suampia scala. “I fautori dell’innovazione tecnologica fanno fatica ad acquisirequesto dato di fatto a causa della fascinazione che essa esercita e del suocredito nel contesto sociale” (p. 30).

Gli esempi portatida Calvani e Trinchero smitizzano tanti luoghi comuni e invitano a procederecon sano realismo. Il libro, di facile lettura, suggerisce di evitare le fughein avanti e di attenerci a poche e semplici pratiche collaudate e validatedall’evidenza empirica.

 

 



 

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