Riapertura scuole: i recuperi di settembre

 

Cosa fare con i 7-8 studenti (per classe) che sono rimasti indietro?

IlSussidiario -  01.07.2020 - Mauro Monti

 

Recuperaregli alunni che non hanno raggiunto standard minimi richiede un riassettocomplessivo del sistema. Senza autonomia vera la dispersione sarà catastrofica

Adesso chesappiamo che la distanza di sicurezza in classe sarà di un metro tra le “rimebuccali” (cioè più o meno come prima del Covid), adesso che sappiamo che saràmeglio differenziare gli ingressi (ma queste son noci da rompere per chigestisce i trasporti più che per la scuola), insomma adesso che sappiamo comeessere linea-guidati verso standard di sicurezza sanitaria, possiamofinalmente… dedicarci ai fantasmi. Il fantasma che si aggira, o meglio siaggirerà, tra i banchi di scuola da settembre e che pochi sembrano vedere,perché i fantasmi sono birichini, è rappresentato dalla categoria dei “promossi grazie al Covid”. Parliamo diquella massa imponente di studenti, quasi 550mila (21% del totale secondo unafonte Miur) che negli scorsi anni doveva presentarsi a settembre per riparareinsufficienze oppure che andava ad ingrossare le fila dei bocciati (altri200mila circa ogni anno, 7,5% del totale) e che quest’anno si ritrova promossanonostante le insufficienze.  

Le ordinanzeministeriali hanno di fatto vietato alle scuole di fermare ipluri-insufficienti e si calcola che le non ammissioni siano state quest’annomeno del 10% di quelle degli anni precedenti. Come dire che in ogni classe diliceo, tecnico o professionale troveremo a settembre almeno sette/otto studentiche non hanno raggiunto standard minimi di preparazione in un numero didiscipline che oscilla, per ciascuno, da uno e dieci.

Noninteressa qui valutare se sia stato inevitabile o meno fare questo passo;importa piuttosto notare che l’emergenza sanitaria di cui molto si parla escrive è oggi solo una possibilità, mentre è una certezza assoluta l’emergenzadidattica o meglio educativa. Certo “emergenza educativa” è espressionelogorata ormai dall’uso, ma è difficile trovarne di migliore davanti a oltre750mila potenziali arrancanti sui tornanti della scalata ad apprendimentisignificativi. 

Per armarele scuole ad affrontare questa emergenza il lessico buro-pedagogico dellestanze ministeriali ha coniato qualche nuova sigla. Così sono entrati in menudel ristorante scuola i Pai (Piani di apprendimento individualizzato) e i Pia(Piani di integrazione degli apprendimenti). Sopra essi, come classicaspolverata di cacio sui maccheroni, è calata anche un po’ di rigidità formale.Inutile chiedersi che senso abbia scrivere che bisogna fare un Pia anche per lematerie che non continuano (es. quelle che dalla seconda e la terza superioreescono dal curricolo). Ma inutile anche fermarsi al lamento per quello chepoteva essere (o essere diverso) e non è stato.

Il tema dioggi è l’imponente sfida all’innovazione scolastica che questo difficilepassaggio comporta. Che cosa significa“recuperare” apprendimenti non avvenuti? È la stessa cosa lavorare per chiha una fragilità in una sola disciplina e per chi non si è raccapezzato sunulla in un intero anno scolastico? Bastanoancora i vecchi corsi di recupero (magari di striminziti quindici giorni asettembre) o bisogna cominciare apensare a veri e propri percorsi che aggrediscano in modo differenziato ledifficoltà individuali? E abbiamo le forze (di risorse umane e ancor più dilibertà normative) per costruire, all’interno di curricoli rigidi, questipercorsi? Abbiamo la capacità di pensareallo studente che impara e impara ad apprendere non come un lego di tantimattoncini da giustapporre meccanicamente (i pezzi di disciplina da recuperarecoi Pia-Pai), ma come un organismo checresce?

In unaestate che si annuncia senza tregua, le scuole italiane, i docenti e i presididi buona volontà, sono chiamati a imbastire i piani di battaglia per affrontarela sfida.

Da subitoc’è da giocare la carta del riorientamento: aiutare chi è andato avanti, ma inuna strada che non gli è congeniale, a valutare ed eventualmente abbracciarestrade alternative. C’è da accompagnarlo in quella corsa ad ostacoli che avolte diventa la decisione di cambiare indirizzo di studi. Detto per inciso: haancora senso continuare ad insistere sugli esami integrativi (gli esami perpassare da una scuola a un’altra e sanare le materie non fatte nel vecchio percorso)in cui tra l’altro chiedere tutte sufficienze? Non sarebbe invece ora dipassare a un sistema di riconoscimento dei crediti che faciliti i passaggi?

Soprattuttoci sono da costruire percorsi innovativi, a forte essenzializzazione deicontenuti, che possano durare anche l’intero anno e che, sotto la trama delleparticolarità disciplinari, si preoccupino di strutturare un ordito che sichiama motivazione, atteggiamento, metodo, possesso di strumenti adeguati perlo studio.

Si tratta dipensare per tutti un anno diverso, che vada veramente a restituire quel che la didatticaa distanza ha tolto: in primo luogo la pratica di laboratorio, la dimensionedel lavoro comune, i percorsi aperti sul territorio. E si tratta di nondisperdere quel che la didattica a distanza ha insegnato: le potenzialità delletecnologie, la possibilità di pensare anche il lavoro a distanza come parteessenziale del tempo scolastico.

Lo scenario inclina ad una forte possibilità dicambiamento. Latentazione contraria è pensare che tutto possa tornare come prima e si debbanosemplicemente “smaltire le scorie” di un anno disgraziato. La differenza traprima e seconda alternativa sta nella capacitàdella scuola reale di non lasciar cadere la domanda che ragazzi e famigliepongono. Il che necessita di atti concreti dell’apparato di governo dellascuola; atti che escano da una logica prescrittiva (“vi dico che cosa fare”)per entrare in quella facilitante (“mi concentro sulla semplificazione erimuovo gli ostacoli che vi impediscono di fare quel che avete pensato”). Con il coraggio di chi intende finalmenteimboccare la strada dell’autonomia reale. È chiaro che questo vale nellaauspicata prospettiva di fine dell’emergenza sanitaria.

Ma sel’emergenza sanitaria dovesse continuare, tutto diventerebbe veramenteinevitabile.

 

 



 

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