Bergamo/La emergenza sanitaria ha fatto molte vittime

  Unapreside del bergamasco: il dolore ha sopraffatto la didattica a distanza

 

Un giornale pubblica la lettera di una dirigente scolastica della provincia diBergamo, che fa capire il dramma che sta colpendo quel territorio: “Hovoluto condividere questi sentimenti che noi qua viviamo in questi giorni esono arrivate tantissimi attestazioni d’affetto e di incoraggiamento che mihanno confortato e fatto davvero bene. Qua, tutti in casa, e con gentemolto riservata come sono le persone che abitano questi luoghi della Lombardia,risulta difficile interpretare questi momenti così dolorosi. Si sente chel’Italia c’è e che non siamo lasciati soli. E speriamo di riuscire quantoprima a fermare questo virus”: così ha dichiarato al giornale, mentre ilsuo scritto è il seguente:

“Scusate. A me la didattica adistanza si è inceppata, avvitandosi su se stessa dopo un’iniziale escoppiettante partenza. Non sono stati problemi tecnici a farla implodere, enemmeno forse quelli legati ai limiti culturali o strumentali di alcunefamiglie. E’ stato proprio il virus. Un virus che qua  ha falciato nonni, madri e padri in quasitutte le famiglie dei miei studenti e dei miei docenti. Un’ecatombe. Da qui ilcrollo psicologico, il dolore chiuso dentro le case che rimbalza senza poteruscire, nemmeno via web. Un dolore che annulla ogni voglia di pensare al “dopo”.Qui nessuno canta sul balcone. Qui nessuno si sente tra i “salvati”. Insomma,il terrore, la depressione, lo smarrimento hanno fortemente influenzatol’iniziale slancio didattico e tutta la buona volontà degli insegnanti e deglialunni. Dovrò lavorare su questo, adesso, e non sui device o sugli aspettitecnici. E non so da che parte cominciare…perchè non ne sono capace”.

 

Non sarà un virus ad avere la meglio sull’infinito che portiamo dentro

IlSussidiario -  19.03.2020 - Roberto Ceccarelli

Di chat inchat rimbalzano considerazioni impregnate di nichilismo. Eppure nel quotidianol’io risorge prepotentemente con i suoi bisogni e le sue azioni. Coronavirus omeno

 “C’è un momento, a 7.000 giri al minuto, incui tutto svanisce. La macchina diventa senza peso. Scompare. Tutto ciò cherimane è un corpo che si muove attraverso lo spazio e il tempo. È lì che loincontri. Ti fa una domanda: chi sei?”. Queste parole aprono e chiudono ilrecente bel film Le Mans 66 e mi sono tornate alla mente in questigiorni in cui sembriamo essere metaforicamente arrivati tutti insieme a quei fatidici7.000 giri, cioè al massimo, ad un punto in cui ognuno ha lapossibilità di cercare una risposta non falsa a quella domanda.

Non è facileperò starci di fronte. Me ne rendo conto anche perché, oltre alla faticadell’isolamento e alle preoccupazioni pratiche del vivere quotidiano, mi turbamolto leggere certi testi che spopolano sui social a tutti i livelli, anche tradocenti. Tra quelli che mi hanno più provocato, uno inizia così: “credo che ilcosmo abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi, quando questevengono stravolte” e poi tutta una serie di considerazioni sui vantaggiindiretti del virus per l’ambiente, la famiglia, la politica e la società. Inun altro testo, si legge che “a volte arriva un Cristo, altre volte è un Dioaltrettanto invisibile e microscopico a parlarci di una nuova umanitànecessaria.  Se facciamo il conto dei morti, è un prezzo basso e necessario”.

Davanti adaffermazioni del genere, che forse in tempi normali difficilmente troverebberotutto il consenso di questi giorni ma che oggi rimbalzano velocemente di chatin chat come ragioni plausibili per affrontare la circostanza che stiamovivendo ormai a livello planetario, il mio cuore sussulta. Esse sonoespressioni di quell’ideologia per cui ciascuno di noi è, in fondo, unimpersonale frammento dell’oscuro ed insensato corso di un cosmo che, vera epropria entità pensante, si autoregola. Gli eventi sono quindi inevitabilmente“positivi” perché, anche se vedono la scomparsa di un certo numero di persone,affermano l’ineluttabile procedere del tutto verso il bene. Il reale èrazionale e il razionale è reale. Tanto che, tirandola per iperbole, forse faremmomeglio a non combattere il virus perché è solo lo strumento della provvidenzauniversale. Basterebbe lasciarsi andare.

Non è unanovità. Si tratta di un’idea antica, che ha avuto varianti diverse, dove l’io èannichilito di volta in volta nel “generale”, nel “collettivo”, nella “razza”,nella “classe” sociale, nella “specie” eccetera. Oggi, in chiave piùecologistica, nella Madre Natura, panteisticamente intesa.

Personalmenteho fatto per la prima volta i conti con una delle versioni più agguerrite diquesta ideologia quando mio padre morì più di quarant’anni fa e fu la mia primavera esperienza della morte. Per trovare un perché che potesse rispondere inmodo ragionevole all’evento, mi rivolsi fiducioso alla visione del mondo che,come per tanti miei coetanei, ispirava allora il mio pensiero e orientava ilmio agire in modo totalizzante: quella di Karl Marx. Ero convinto che anche suquesto avesse qualcosa di vero e di giusto da dirmi, dandomi quella stessacertezza che trovavo nella militanza politica. 

Che amaradelusione scoprire che l’unico esplicito riferimento alla morte nellamonumentale opera di Marx è questo: “la morte appare come una dura vittoriadella specie sull’individuo. L’individuo determinato, tuttavia, non è che unessere genericamente determinato, e come tale è mortale”. (K. Marx, Manoscrittieconomico-filosofici del ’44). Ma come, pensai, mio padre, proprio lui, cheper me non era affatto un ente generico della specie umana, era stato cosìinghiottito dalla natura e basta? Di lui non rimaneva proprio niente, se nonnoi figli, destinati comunque alla stessa sorte? Tutta qui, dunque, l’esistenzasua e mia?

Mi accorsidrammaticamente che, pur in buona fede e spinto da un desiderio di giustizia,avevo speso gli anni della mia giovinezza perché si diffondesse e affermassenella società non solo una nuova struttura economica, politica e sociale, mauna concezione dell’uomo come “pezzo di materia o cittadino anonimo della cittàterrena” (Gaudium et spes 14).

Leaffermazioni riportate in apertura di queste brevi considerazioni ci mostranoche la stessa ideologia, mutatis mutandis, prende oggi la formavariegata del nichilismo, suo estremo approdo. Come scrive Costantino Espositosulle pagine dell’Osservatore Romano, “l’essere che io sono non va piùpensato come un ‘dato’ oggettivo, ma come il ‘caso’ soggettivo di un processoevolutivo impersonale, un momento di transito provvisorio: quello che ilnichilismo orientale, ispirato al buddismo, chiamerebbe la ‘non-permanenza’ ola ‘non-esistenza’ del sé individuale. Momenti accidentali nel flussonecessario della natura: ecco cosa sarebbero gli esseri umani, e non è affattodetto che la mancanza di un senso personale sia una perdita. Secondo alcuni potrebbeanche essere una liberazione, la possibilità di vivere la vita per quello cheè, nel suo nudo accadere — e basta”. (“L’infinito che sta dentro”, OsservatoreRomano, 25 feb. 2020)

Tuttavia, sequesto sembra essere il mainstream intellettuale, la filosofia correnteriproposta a più livelli per razionalizzare l’esistente, la realtà cisuggerisce fortunatamente altri segni. Nelle pieghe di queste ore concitate espesso dolorose è possibile osservare azioni e comportamenti che testimonianodi una resistenza dell’io a farsi annientare dal presunto cieco procedere deglieventi.

L’elencosarebbe lunghissimo. Dal personale sanitario che lotta ogni secondo contro ilmale che il virus può arrecare ribadendo con i fatti il valore della vita delsingolo, al docente che si sforza di cercare tutti i sistemi per stare vicinoai propri alunni, uno per uno; dai tanti giovani volontari che portano il ciboa domicilio agli anziani ai piccoli gesti di solidarietà quotidiana e ai tantiche continuano a lavorare e a studiare.

Sperando dinon essere frainteso, direi che persino i comportamenti più “trasgressivi” (enon è un caso che non siano solo i giovani ad averli), al fondo pongono in modopotente la questione di un “io” personale che non vuole essere ridotto, neanchecome “natura”, a mero accidente; che anche in questa contingenza reclama,confusamente ma realmente, di essere se stesso, di non essere travolto dalfato, di non sopravvivere ma di vivere.

Chi infrangele disposizioni di legge, probabilmente sa benissimo quello che rischia, macorre il pericolo per affermare la propria personale identità anche come corpo.Perché nell’uomo, il corpo non è semplicemente natura ma “carne”. “La carne èla nostra più profonda vocazione — oso dire — spirituale: è il corpo proprio,il corpo vissuto…, la chiamata a essere noi stessi — proprio noi, non altri — einsieme il nostro chiamare a noi il mondo, la nostra capacità di percepiresensibilmente il senso più-che-sensibile della vita”. (Costantino Esposito, “Lavocazione della carne”, Osservatore Romano, 10 mar. 2020)

È un io cheinsorge in questi giorni, che reclama il suo essere riconosciuto come persona,che non sente di meritarsi il castigo di Madre Natura e del suo angelosterminatore Covid 19, che non riesce a capire perché la salvezza dell’umanitàdovrebbe passare sopra a quella propria, che non si accontenta della retoricafatalistica tipo “vedrai che tutto si sistemerà”, che vuole essere protagonistacome può e come sa, anche sbagliando purtroppo.

Mi hascritto un’alunna in una delle tante testimonianze che mi arrivano in questigiorni: “mi sono improvvisamente resa conto che non è questo ciò che voglio eciò in cui spero, voglio poter decidere, essere attiva e non stare a guardarementre la mia vita scorre, voglio alzarmi dal divano su cui sono seduta datutta la vita e spegnere il computer per pensare alle cose vere, quelle davveroimportanti ed è anche per questo che le scrivo, vorrei sapere da lei come fare,come lasciare la mia impronta e come non pagare l’alto prezzo dell’inerziaperendo la mia libertà”.

Voglio“lasciare la mia impronta” nel mondo, non voglio essere nata invano, dice lamia alunna. Cose così ne stanno arrivando tante, soprattutto a noi insegnantidi religione. E anche gli adulti sono in fermento, come la mia amica insegnanteche irrompe con un suo messaggio nella caotica chat dei docenti chiedendo: “èpossibile costituire un altro gruppo di whatsapp per parlare di noi e dellenostre paure”. Message in a bottle, si potrebbe dire.

È il fortesegnale antropologico di una permanenza dell’io come desiderio e domanda checontrasta nei fatti il nichilismo nella versione ideologica dominante perché nesvela la menzogna. Paradossalmente, proprio nel momento in cui sembrerebbevincere sul piano filosofico, il nichilismo viene sconfitto su quellodell’esistenza: l’io personale negato teoricamente, risorge prepotentemente,nel quotidiano, con i suoi radicali bisogni.

Si trattanon appena di un istinto di sopravvivenza animale, ma dell’esigenza profonda diqualcosa che vada oltre la determinazione materiale e che, anche se in teoriala neghiamo, prorompe dal profondo del nostro cuore in modo irrefrenabile,soprattutto quando il nostro io è posto sotto attacco.

Raccontospesso ai miei studenti di un dialogo con un collega di scienze ateo. Siparlava di Dio e del cristianesimo, per lui menzogne del potere per tenere abada l’uomo, roba per creduloni che la scienza aveva definitivamentesmascherato. Ad un certo punto, però, mi colpì una sua affermazione: “tanto iolo so che di me rimarrà solo qualche atomo nell’universo!”. Gli dissi allorache questa sua credenza esprimeva una posizione fortemente “religiosa” ovveroil desiderio di vivere per l’eternità come un io personale non confuso con iltutto. Dopo un momento di stupore, il mio interlocutore ammise di non aver maiconsiderato la questione “religiosa” dal punto di vista del proprio io e vollecontinuare il dialogo, interessato a quella nuova prospettiva.

Questainvocazione risulterebbe quasi una bestemmia o l’ennesima trappola senza viad’uscita, un altro mattone del muro di isolamento che imprigiona tanti, giovanie adulti, se non ci fosse nessuno a raccoglierla, ad abbracciarla e adaccompagnarla per scoprire il Volto buono del destino che si è fatto compagnoall’uomo, non quello oscuro e terrificante della natura dea matrigna che, comescriveva Leopardi, “non ha al seme dell’uomo più stima o cura che allaformica”.

“Non temeteil grido del cuore che aspetta l’impossibile” scriveva Eliot. Sento in questi giornidrammaticamente importanti di essere chiamato a rispettare questo compito, coni miei cari, con i miei amici e con i miei studenti. Ma prima di tutti, con mestesso. Per far questo però, ho bisogno anch’io di veri amici.





 



 

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