Manifesto Roma 2007: il "rischio" di dirigere scuole è possibile


A partire dai lavori del Convegno di Roma, la Direzione nazionale di DiSAL ha deciso di presentare il seguente manifesto finale.

 

Di.S.A.L.- Dirigenti Scuole Autonome e Libere

 Associazione professionale dirigenti scuole statali e paritarie  - Ente qualificato dal MPI alla formazione

   

Manifesto Roma 2007

 

Il “rischio” di dirigere scuole è possibile.

Verso imprese sociali e comunità di apprendimento

 

1.     A quindici anni dal primo nucleo di presidi dal quale è nata poi l’associazione professionale, i lavori e le conclusioni del Convegno nazionale dei dirigenti scolastici di DiSAL 2007 svoltosi a Roma, hanno approfondito le linee di cambiamento indispensabili alla scuola italiana, se si vuole iniziare un cammino di uscita dall’attuale emergenza educativa, liberarsi dall’arretramento normativo, dai pregiudizi e dai corporativismi che tendono alla conservazione dell’esistente.  

 

2.     La scuola che vogliamo, e di cui le nostre comunità locali hanno bisogno, è possibile per la presenza già oggi di molti insegnanti e  dirigenti portatori di convinti ideali e motivazioni. Ma è sempre più drammaticamente urgente che tutte le forze sociali e politiche di “buon senso” si uniscano: per liberalizzare un sistema educativo e ridare dignità alle professioni che vi operano;  per dare spazio, anche con le norme, a tutti coloro che vogliono assumersi pienamente il “rischio dall’educare”;  per costruire insieme risposte urgenti ed efficaci alla domanda culturale ed educativa dei giovani, delle famiglie e delle comunità sociali, con l’aiuto di una nuova direzione educativa ed organizzativa nella scuola statale e non statale.  

 

3. Il contributo delle relazioni, del dibattito e dei gruppi di lavoro ha approfondito quelle che riteniamo le principali condizioni istituzionali e normative per questo tipo di scuola.

 

a- Verso un riformismo sussidiario.  L’autonomia scolastica, il Titolo V della Costituzione, la legge di parità sono il lascito positivo dell’ultimo decennio. Queste riforme però che non sono riuscite a scalfire il blocco conservatore di interessi e di ideologie che elude la domanda educativa delle famiglie e dei ragazzi e che soffoca la professionalità di dirigenti e docenti.  E’ tempo di passare dal riformismo dall’alto al riformismo sussidiario, dall’allarme alle proposte. Il riformismo sussidiario si fonda: sui soggetti protagonisti dell’educazione, ragazzi, insegnanti, famiglie, comunità locali, volontariato e imprese; su di una scuola come ambiente comunitario capace di aprire all'avventura della conoscenza;  su di un unico sistema di statali e non statali, riconosciute nella loro piena autonomia e libertà di azione.

 

b-  Sussidiarietà e federalismo.  La piena attuazione del nuovo Titolo V della Costituzione introduce per la prima volta il principio di sussidiarietà verticale e orizzontale, redistribuisce tra Stato e Regioni competenze esclusive e concorrenti relative al sistema di istruzione, facilitando così la riforma del sistema educativo nazionale.   Anche per questo siamo contrari all’uniformità associativa delle istituzioni scolastiche, per valorizzare invece reti di scuole liberamente associate e la capacità delle stesse di creare alleanze territoriali per progetti, servizi, scambi di “buone pratiche”.

 

c-  La piena autonomia scolastica.  Per riconoscere il carattere delle scuole come vere “imprese sociali” al servizio di comunità di apprendimento, occorre riprendere con decisione il cammino dell’autonomia scolastica, riconosciuta dalla Costituzione, in direzione di forme istituzionali e gestionali più avanzate che restituiscano alle comunità locali, alle forze culturali ed economiche il governo del servizio di istruzione e formazione, con propri consigli di amministrazione costituiti da famiglie, imprese, Enti locali, che assumono il dirigente e, con lui, il personale docente.  Il concetto di “impresa sociale”, entrato nel dibattito politico con il D. lgs. 155/2006, vede il terzo settore come uno degli attori di modello legislativo per la realizzazione della piena autonomia delle scuole. A questo scopo diventa indispensabile proseguire nella assegnazione diretta alle scuole di tutti i fondi necessari, in un’ottica di investimento prioritario per tutto il paese, lasciando allo Stato ed agli altri Enti competenti il compito di interventi perequativi.

 

d-  La parità come competizione qualificante.  Dopo la Legge 62/00 il sistema nazionale pubblico di istruzione costituito da scuole statali e scuole paritarie deve garantire la libera scelta da parte delle famiglie, come elemento culturale capace di introdurre una competizione virtuosa migliorativa della qualità complessiva del sistema dell’istruzione.  La fatica di molte componenti sociali e politiche a superare questo irragionevole pregiudizio congela in forma conservativa la scuola italiana e ne impedisce lo sviluppo innovativo, al passo con i più moderni sistemi europei.

 

e-  Competenze e standard.  La rigidità dei vecchi programmi disciplinari non tiene più: la legge definisca non più curricoli rigidi ma unicamente standard essenziali relativi alle competenze-chiave da raggiungere e di conoscenze irrinunciabili da conseguire al termine di un ciclo scolastico, lasciando all’autonomia ed alla responsabilità educativa la scelta dei percorsi pedagogici e didattici.

 

f-  Valutazione esterna e abolizione del valore legale del titolo di studio.   L’ingresso a scuola della totalità dei giovani, la fine dei bacini d’utenza, i timidi accenni di autonomia e di competizione hanno tolto il velo alla pretesa uniformità delle scuole e delle loro valutazioni sui risultati dell’apprendimento. In questo modo è stato  di fatto vanificato il valore certificativo dei titoli di studio terminali dei cicli di studio, così che questi non sono in grado di dire la verità agli alunni, alle famiglie, al Paese circa il livello di competenze effettivamente raggiunto. L’abolizione del valore legale del titolo di studio è una misura di verità e di trasparenza, un elemento di liberalizzazione che si deve al Paese che non consegna i ragazzi, le famiglie, il Paese all’anarchia valutativa o alla logica dei più furbi con l’istituzione di un’Authority terza tra il Ministero e le scuole stesse, che verifichi la qualità dell’offerta e dei risultati dell’azione educativa dell’intero sistema nazionale e di ciascuna scuola.

 

g- Istruzione tecnica e professionale.  Non si potrà contrastare l’abbandono e l’insuccesso dei giovani senza il rilancio di una moderna istruzione tecnico-professionale, riaffermando il valore educativo e la dignità culturale del lavoro, riconnettendo fra loro l’istruzione tecnica, l’istruzione professionale, la formazione professionale e l’istruzione tecnica superiore.

 

h-  Insegnanti professionisti. La qualità umana e professionale di insegnanti e dirigenti, forti motivazioni ideali personali tra i docenti, un alto livello della funzione direttiva ed un vivo rapporto con i referenti sociali esterni sono la condizione cruciale di una “buona scuola” e quindi di una “buona educazione”. Per questo risulta cruciale: rivedere l’inutile lungaggine della attuale formazione dei docenti, lontana dalla realtà dell’insegnare;  passare con decisione ad un reclutamento di professionisti con concorsi interni da parte delle singole istituzioni autonome, come accade per gli altri Enti autonomi;   regolamentare con legge dello stato giuridico la professione docente e dirigente;   diversificare funzioni, carriere e salario in relazione al merito ed alle capacità;   riconoscere pienamente le associazioni delle professioni docente e dirigente;  trasferire al livello regionale le rappresentanze sindacali di istituto che nelle scuole hanno incrementato conflittualità, confusione di competenze ed ostacoli alla responsabile iniziativa delle persone capaci e meritevoli.

 

i- Una nuova direzione educativa ed organizzativa. Se la figura del capo di istituto è decisiva per una buona qualità della scuola, questa deve essere conseguita e favorita da:   un’alta formazione liberamente scelta a livello di master universitari con l’emanazione di standard di competenze;  un albo regionale con l’attenzione alle specifiche esperienze professionali;  il pieno riconoscimento dell’associazionismo professionale;  l’istituto della vicedirigenza;  la potestà di scelta dei collaboratori e di utilizzare forme premianti e di incentivazione del merito; la possibilità di carriera amministrativa e tecnica; la possibilità, liberamente scelta, di mantenere ore d’insegnamento compatibili con la complessità della scuola; l’affiancamento di  una moderna figura di direzione dei servizi amministrativi dell’istituzione scolastica, dotata  delle responsabilità, riconoscimenti e potestà necessarie;  la potestà di gestione ordinaria delle attrezzature e dell’edificio. Mentre vanno abolite: l’istituto della reggenza; il dannoso ingigantimento di molti istituti; gli assurdi meccanismi per il reclutamento dei supplenti; i centri di spesa provinciali e regionali.

 

I dirigenti scolastici di DiSAL si impegnano a portare ad ogni livello istituzionale, organismo sindacale o politico queste necessità per un sistema scolastico degno delle attese delle famiglie e dei giovani.

 

                                                                          La Direzione nazionale  Di.S.A.L.

 

Roma, 24 novembre 2007

 

 

Di.S.A.L.   Viale Lunigiana, 24 – 20125  Milano  -   Tel. 02-66987545   Fax 02-67073084   -  Internet:  www.disal.it    Posta: segreteria@disal.it

 

 

 
Salva Segnala Stampa Esci Home