Smartphone, la sfida dell'educazione digitale: dai licei alle elementari


Smartphone, la sfida dell'educazione digitale: dai licei alle elementari


Fonte: Avvenire. Articolo di Stefania Garassini di venerdì 23 settembre 2022. La decisione del Liceo Malpighi di proibire il cellulare ha riacceso il dibattito. Una riflessione sui patti di comunità sul suo utilizzo a scuola e l’intervista a Elena Ugolini, rettore del Malpighi.

 Smartphone a scuola, sì o no? Sta suscitando un acceso dibattito in queste settimane la decisione della rettrice del Liceo Malpighi di Bologna, Elena Ugolini, di requisire i cellulari agli studenti e ai docenti durante la mattinata a scuola. Una scelta drastica che, come ha spiegato la stessa Ugolini, si è resa obbligata vista la crescente dipendenza dai dispositivi riscontrata nei ragazzi, sempre meno 'presenti' sia nelle ore di lezione che durante gli intervalli, trascorsi in gran parte a fissare lo schermo anziché interagire con i compagni. Ugolini ha spiegato che desiderava fare un regalo ai suoi studenti, offrendo loro ben sei ore di distacco dagli smartphone e quindi di vera libertà. Mentre da altri istituti un po’ in tutta Italia giungono notizie di provvedimenti analoghi, pare che i ragazzi abbiano incassato il colpo a sorpresa e tutto sommato preso bene la nuova situazione, anche se probabilmente non sono ancora del tutto convinti di aver ricevuto un regalo.

Ma è proprio necessario arrivare a decisioni così estreme? Non basterebbe puntare sulla formazione e la responsabilità di ogni ragazzo, maggiorenne o quasi? In realtà è stata proprio questa la linea nel nostro Paese, almeno negli ultimi anni, in particolare dopo la pubblicazione del Decalogo per l’uso dei dispositivi mobili a scuola voluto dalla ministra dell’istruzione Valeria Fedeli nel 2018 che integrava la direttiva del 2007 firmata dall’allora ministro Giuseppe Fioroni, in cui si proibiva l’uso dello smartphone durante le lezioni. L’invito per i ragazzi era a portare il proprio cellulare (secondo la formula «Byod», Bring your own device, porta il tuo dispositivo), ma soltanto per svolgere attività previste dall’insegnante nella convinzione che la scuola non potesse rimanere esclusa dal mondo digitale nel quale gli studenti trascorrevano una parte crescente del proprio tempo. E che fosse compito della stessa scuola formare a un approccio «consapevole al digitale nonché alla capacità d’uso critico delle fonti», come si legge nel documento.

Un obiettivo condivisibile, certo. Quattro anni dopo, e con di mezzo una pandemia che ha reso ancora più pervasivo – e in alcuni casi indispensabile – l’uso della tecnologia nella didattica, dobbiamo riconoscere che la semplice presenza dei dispositivi a scuola, pur affiancata da iniziative di formazione spesso molto serie, non ha sempre dato i risultati sperati. Due gli ordini di problemi che hanno indotto alcuni presidi, già prima dell’emergenza Covid, a intervenire per disciplinare l’uso degli smartphone in classe. Il primo è la distrazione durante l’orario scolastico: l’uso che si fa del cellulare a scuola è perlopiù di tipo ludico, un intrattenimento durante lezioni noiose. Il secondo riguarda le difficoltà relazionali, evidenti nei momenti di ricreazione, che sfociano spesso in forme di bullismo, o semplicemente in una sostanziale indifferenza reciproca. L’aspetto educativo resta centrale, ma occorre anche fare i conti con le caratteristiche di uno strumento – lo smartphone – progettato per attrarre a ogni costo la nostra attenzione, fino a spingerci a forme di dipendenza o anche semplicemente di uso eccessivo, di difficoltà a controllare il tempo che gli dedichiamo. Non basta la buona volontà perché, come sintetizza molto bene Chris Anderson, ex direttore della rivista di cultura digitale «Wired», «nella scala dalle caramelle al crack lo smartphone è più vicino al crack», in quanto «va direttamente a influire sui centri del piacere del cervello in via di sviluppo».

Le ricerche sembrano dargli ragione, suggerendo una certa cautela nell’introdurre all’uso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di attendere i 2 anni d’età prima di far utilizzare schermi ai bambini. Un recente studio della Shangai Jiao Tong University, pubblicato sull’autorevole rivista scientifica «Jama Pediatrics», avvalora l’ipotesi di un impatto negativo dell’esposizione precoce agli schermi, sia dal punto vista cognitivo sia da quello relazionale. Mentre una ricerca voluta nel 2021 dall’Oms, relativa ai quattro anni precedenti, indicava l’eccesso di connessione come un fattore di rischio per la salute mentale dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni. Nella scuola chi ha cercato d’intervenire in questi anni ha preso atto delle difficoltà nella gestione dello strumento ed è andato nella direzione del contenimento e dei divieti, come misure anche solo temporanee per recuperare una padronanza della tecnologia. Al Liceo Gonzaga di Palermo, scuola dei Gesuiti, nel 2018 era entrato in vigore il divieto di smartphone a scuola. L’allora rettore, padre Eraldo Cacchione, spiega che la misura era stata presa per contrastare una situazione in cui i ragazzi «erano sempre con la testa china sullo schermo, soprattutto durante le pause, e avevano poche relazioni gli uni con gli altri. Il nostro scopo non era repressivo ma educativo. La confisca dello smartphone e l’eventuale sanzione erano sempre accompagnate da un rapporto diretto con i ragazzi. Volevamo instaurare una relazione di fiducia con loro, non un controllo poliziesco ». Il risultato è stato positivo e visibile immediatamente.

Esito analogo ha avuto anche l’iniziativa del Liceo sportivo San Benedetto di Piacenza, che nel 2019 ha imposto agli studenti di inserire il proprio smartphone in una speciale busta schermante all’ingresso a scuola. «Il principale cambiamento che abbiamo riscontrato è stato ritornare a sentire la 'presenza' dei ragazzi, la loro piena partecipazione durante le lezioni – racconta il preside Fabio Bertamoni – mentre prima era palpabile la loro assenza, assorbiti da quanto avveniva sullo schermo». Le prime evidenze sembrano confermare una correlazione fra abolizione dei cellulari a scuola e miglioramento delle prestazioni degli studenti, oltre a una diminuzione dei casi di cyberbullsimo (studi condotti in Australia, Spagna, Norvegia e Belgio su scuole di vari gradi vanno nella stessa direzione). I divieti del resto sono ormai realtà anche in vari Paesi europei. Per proseguire su questa linea è però fondamentale il rapporto di fiducia che si crea tra docenti e studenti. È a un obiettivo del genere che tende l’iniziativa, annunciata in questi giorni dal preside del Liceo Carducci di Milano, Andrea Di Mario, di avviare una consultazione con i propri studenti sull’uso del tempo in rapporto alla tecnologia.

La strada verso un modo più sano per usare gli strumenti digitali presuppone un’alleanza tra scuola e famiglia, che dovrebbe partire dalle elementari, quando lo smartphone compare sempre più presto (nel 28% dei casi già prima dei 10 anni) e si stabiliscono le corrette abitudini d’uso. A questo proposito vale la pena chiedersi: perché i più preoccupati ora sembrano i licei, se i problemi si cominciano a riscontrare proprio alla scuola primaria, o nei primi anni della secondaria, cioè in età nelle quali c’è un’assoluta impossibilità dei bambini di dominare lo strumento? Occorrerebbe iniziare dalle fondamenta, famiglia e scuola alleate per un’introduzione graduale dello smartphone e una formazione seria dei genitori. Stanno già nascendo patti tra genitori della primaria che, insieme alla scuola, si accordano in funzione di quest’obiettivo. Una nuova iniziativa promossa da Università Bicocca di Milano, che ha tra i suoi partner le associazioni Mec, Aiart e Sloworking, intende promuovere la nascita di 'patti di comunità' per l’educazione digitale dei figli. La convinzione alla base del progetto è che se è vero che per crescere un figlio ci vuole un villaggio, lo è a maggior ragione quando di mezzo c’è la tecnologia (info: www.pattidigitali.it). Forse iniziando così, al liceo si potrebbero raccogliere i frutti di un lavoro condiviso. E contare su ragazzi che siano in grado di capire da soli quando il cellulare va spento.

 

La preside: così ho convinto prof e alunni a mettere i cellulari nel cassetto

Fonte: Avvenire. Articolo di Paolo Ferrario di martedì 20 settembre 2022. Elena Ugolini Studenti e insegnanti consegnano lo smartphone quando entrano a scuola. La rettrice delle paritarie “Malpighi” di Bologna spiega come è riuscita a recuperare spazi di «socialità»

«Tra il vietare l’utilizzo del cellulare in classe, per altro già previsto da un regolamento ministeriale del 2007 e responsabilizzare i ragazzi all’utilizzo degli smartphone, abbiamo scelto una terza via: aiutarci a vicenda a vivere e far diventare la scuola un luogo significativo, più bello e interessante per tutti».

Una settimana dopo l’inaugurazione dei cassetti dove studenti e insegnanti depositano gli smarphone all’arrivo a scuola e li ritirano quando suona l’ultima campanella della giornata, la rettrice degli istituti paritari “Malpighi” di Bologna, Elena Ugolini, traccia un bilancio positivo dell’iniziativa. E si stupisce del clamore mediatico che ha suscitato, visto che, come ricorda un sondaggio di Studenti.it, l’iniziativa è in atto in almeno il 26% delle scuole superiori italiane.

Come sono andati questi primi giorni “senza connessione”?

Bene. La differenza più rilevante, rispetto a prima, è stata vedere i ragazzi, ma anche i professori, parlarsi e guardarsi negli occhi durante l’intervallo. Tempo che, prima, tutti, giovani e adulti, passavano con lo sguardo fisso sullo schermo dello smartphone.

Perché avete voluto coinvolgere anche gli insegnanti?

Perché i primi a prendere consapevolezza che il cellulare inibisce le relazioni dobbiamo essere noi adulti. Io per prima, visto che, per lavoro, passo gran parte della giornata col telefono in mano e, per questo, sono a volte ripresa dai miei figli.

Non basterebbe tenerlo spento?

C’è poco da fare: una classe con i telefonini negli zaini o sulla cattedra è una classe che scivola inesorabilmente verso la distrazione. E i docenti sono educatori, non guardiani. Con questa iniziativa, per altro già sperimentata, con buoni risultati, l’anno scorso in una classe con problemi di bullismo, vogliamo aiutarci tutti a non essere distratti e ad avere uno spazio di lavoro in cui la presenza, il rapporto e la concentrazione siano facilitati. Aiutandoci tutti insieme a creare un rapporto fatto anche di silenzio e di presenza, per riempire di contenuto le mille ore che passiamo, ogni anno, a scuola con i nostri studenti.

I ragazzi come l’hanno presa?

Ci hanno dato fiducia perché hanno capito che in gioco non c’è il rispetto di una regola o di una circolare ministeriale, ma un aiuto reciproco, giovani e adulti insieme, per rendere più belle e intense le ore di lezione.

E come fate senza l’aiuto della tecnologia?

Chiudere gli smartphone in un cassetto non significa affatto rinunciare ad usare la tecnologia e Internet per la didattica. Le Lim funzionano ancora e la Rete è quotidianamente consultata durante le lezioni. Vogliamo che la tecnologia resti uno strumento per potenziare la nostra capacità di apprendimento e non una distrazione. E i primi a farcelo capire sono stati proprio gli studenti, quando, a precisa domanda, hanno risposto che lo smartphone non aiuta la concentrazione in classe. Se, come confermano tante ricerche, davvero il telefonino distrae e toglie energia al rapporto e alla relazione, togliamolo di mezzo.

E quali altre “scoperte” avete fatto questa settimana?

La principale è che si può vivere bene anche senza tenere costantemente lo sguardo fisso sullo schermo. L’altro giorno, al termine delle lezioni, ho incrociato una studentessa che aveva in mano lo smartphone spento. Mi ha stupito e le ho chiesto il motivo. Mi ha risposto che non se n’era nemmeno accorta. E mi ha sorriso, aggiungendo che, anche senza cellulare, a scuola non si annoia. Ecco, forse dovremmo chiederci perché, invece, tanti studenti a scuola si annoiano. Questa è la sfida vera: farli sentire coinvolti e protagonisti. E, invece, ci sono esperti psicologi, come Daniela Lucangeli, che ci dicono, dati alla mano, che il cellulare crea dipendenza e la sua sola presenza, anche se spento, riduce le capacità cognitive.

 

 

 
Segnala Stampa Esci Home