Il futuro della scuola nel silenzio dei partiti


 

Il futuro della scuola nel silenzio dei partiti

Fonte: Corriere della Sera. Articolo di Ernesto Galli della Loggia di giovedì 22 settembre 2022. La scuola italiana va riorganizzata profondamente pensando a due tipi diversi di sbocchi, cioè a due tipi diversi di studi superiori.

I promossi sfiorano ormai sempre il 100 per cento. Dato solo apparentemente ultrapositivo, infatti di questi promossi oltre il 20% abbandona l’università dopo il primo anno e alla laurea non arriva neppure la metà delle matricole

Anche in questa campagna elettorale per l’ennesima volta sull’istruzione è calato il silenzio. Nessun partito ne ha fatto un tema centrale della sua piattaforma politica. Il fatto è che della scuola e dell’istruzione, in realtà, la politica non sa né si cura di sapere nulla. Ubriacata dal mare di demagogia che negli ultimi trent’anni essa stessa ha prodotto al riguardo e che la burocrazia ministeriale si è incaricata di moltiplicare per mille, ignora la realtà critica delle cose. Ignora che l’intero sistema italiano dell’istruzione pubblica, dalla scuola dell’infanzia all’Università, fa acqua da ogni parte. E per conseguenza non si rende conto che questa sta diventando sempre di più una delle cause principali della nostra arretratezza complessiva come Paese.

Basta a confermarlo il dato di cui abbiamo avuto notizia proprio da questo giornale ( Corriere della Sera , 19 settembre): le altissime cifre dell’evasione dell’obbligo scolastico e dell’abbandono degli studi (quelli universitari compresi). Il che fa sì che ben il 23,1% (una cifra enorme) dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni di età non studia e non lavora. Si spiega così la situazione del nostro mercato del lavoro che specie nel Mezzogiorno e specie tra le donne vede un altissimo numero di persone prive di qualunque competenza professionale, destinate perciò alla disoccupazione o a lavori dequalificati e perlopiù in nero: due categorie, detto tra parentesi, alle quali appartengono anche molti percettori del reddito di cittadinanza.

Ma la crisi del sistema dell’istruzione ha un significato ancora più vasto e grave. La scuola che c’è è una scuola che — non per colpa di chi in essa lavora ma a causa dell’impostazione che le è stata data da scelte politiche sconsiderate — non ha come sua stella polare l’importanza cruciale del sapere, non motiva allo studio, non pone al primo posto il merito e quindi non educa in questo senso le nuove generazioni. Stando alle prove Invalsi è una scuola che non riesce neppure a insegnare ai suoi alunni (ci riesce infatti solo la metà) a comprendere il significato di un testo scritto non in cinese ma in italiano. È insomma una scuola che a dispetto di tutte le sue intenzioni non aiuta la società italiana a essere migliore, più dinamica, più competente, più colta, più civile.

Per rimediare non basta tuttavia farla finita con le conseguenze di prassi o di scelte sbagliate compiute in passato. Non servono controriforme. Ciò che è necessario è ripensare l’intera organizzazione dei cicli scolastici: non solo stabilendo finalmente la durata dell’obbligo al termine delle secondarie (17-18 anni), ma adottando un principio nuovo, e cioè partendo dal punto d’arrivo degli studi, da quella che oggi è l’Università.

Per avere una scuola nuova bisogna innanzi tutto immaginare un nuovo modello per gli sbocchi che essa apre ai suoi studenti dopo l’esame finale di licenza di scuola secondaria. L’esistenza — come avviene ancora oggi — di un solo sbocco, quello universitario tradizionale, a cui da mezzo secolo è possibile accedere con il diploma di qualsiasi scuola secondaria, condiziona e distorce profondamente il carattere della scuola. L’esistenza di un unico sbocco presuppone infatti due cose del tutto irreali: innanzi tutto l’equivalenza sostanziale della qualità dei contenuti dell’insegnamento e dei suoi risultati in qualunque tipo di scuola, da quella professionale al liceo classico; in secondo luogo presuppone l’eguaglianza delle vocazioni e delle attitudini di tutti i giovani licenziati, tutti ottimi potenziali candidati ai medesimi studi universitari.

Sono proprio queste due premesse irreali che a loro volta costringono la scuola e chi vi insegna — anche contro ogni loro volontà — a imboccare una delle due strade seguenti, entrambe negative. O cominciare ad esercitare già nelle sue aule un vaglio delle competenze effettive degli alunni, delle loro vocazioni e attitudini, con il solo strumento a disposizione che è quello della bocciatura: in tal modo esponendosi però all’accusa di far assumere alla scuola un connotato che può facilmente essere interpretato come un connotato classista; ovvero la strada consistente nell’adottare il criterio della più larga longanimità e cioè di fatto promuovere sempre tutti salvo casi rarissimi. La quale strada — inutile dirlo — è proprio quella presa da tempo pressoché dovunque: prova ne sia che all’esame di licenza sia media che liceale la percentuale dei promossi sfiora ormai sempre il cento per cento. Un dato apparentemente ultrapositivo che però contrasta davvero singolarmente con il fatto che poi di questi promossi oltre il 20% abbandona l’università dopo il primo anno dall’iscrizione e che alla laurea non arriva neppure la metà delle matricole.

La scuola italiana va dunque riorganizzata profondamente pensando a due tipi diversi di sbocchi, cioè a due tipi diversi di studi superiori. E cioè, sull’esempio tedesco, a due tipi diversi di università, ognuno punto di arrivo di due tipi diversi di percorsi scolastici. Un’università che prepara e abilita essenzialmente solo alla ricerca e all’insegnamento e quindi con un taglio disciplinare dal forte carattere teorico, e che quindi è l’unica a rilasciare un diploma di dottorato; ed un’università di scienze applicate che invece prepara in maniera specifica all’immediato esercizio professionale nel campo dell’ingegneria e architettura, della medicina di base, della tecnologia, del design, della formazione, delle scienze sociali e della comunicazione ecc., servendosi di docenti inseriti da tempo nelle relative professioni e stabilendo forti legami con le attività produttive e professionali connesse ai vari settori.

È evidente che un tipo siffatto di università duale presuppone da un lato una diversificazione del ciclo scolastico già dopo 7 -8 anni dal suo inizio e quindi intorno ai 13 anni di età degli alunni, e successivamente, accanto a un ciclo più o meno simile all’attuale liceo classico-scientifico, un ciclo scolastico tutto da reinventare e magari differenziato al proprio interno, orientato allo sbocco universitario di cui sopra ma che al suo termine preveda già un diploma effettivamente professionalizzante.

In Italia c’è un bisogno assoluto di ridare dignità culturale e sociale e quindi economica al mondo del lavoro, di tutto il lavoro, e il modo di farlo parte dalla scuola. Se il dibattito elettorale si fosse compiaciuto di parlare anche di un tema del genere scommetto che avrebbe suscitato un interesse almeno pari a quello delle «bollette».

 
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