Scuole chiuse: studenti scontenti


Save the Children: 1,4 milioni di ragazze a rischio «neet»

da Il Sole 24 Ore – 18/11/2020 - Redazione Scuola

 

Senza scuola, senza lavoro, senza formazione: un limbo drammatico, accelerato dall’emergenza Covid, in cui rischiano di ritrovarsi circa 1,4 milioni di ragazze del nostro Paese tra i 15 e i 29 anni. La denuncia arriva da “Save the Children”, che a pochi giorni dalla Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza pubblica l’XI Atlante dell’infanzia a rischio in Italia Con gli occhi delle bambine”.

Il quadro che ne emerge è preoccupante: già prima della crisi 1 minore su 9 viveva in povertà assoluta, c’erano asili nido solo per il 13,2% dei bambini e la dispersione scolastica si attestava al 13,5%. Oggi il Coronavirus è un acceleratore delle diseguaglianze: bisogna intervenire subito nelle “zone rosse della povertà educativa”.

«Già prima del Covid l’ascensore sociale era fermo – spiega la dg di Save the Children Italia Daniela Fatarella – E’ un Paese che aveva già dimostrato di aver messo l’infanzia agli ultimi posti tra le priorità e che di fronte alla sfida sanitaria e socioeconomica stenta a cambiare strada. Se per uscire dalla crisi intende scommettere sulle donne, dovrà partire dalle bambine».

E’ un Paese “difficile” in particolare per le loro: nella condizione di “neet” già è intrappolata una ragazza su 4, con picchi attorno al 40% in Sicilia e in Calabria; ma anche nei territori più virtuosi, come il Trentino-Alto Adige, le ragazze sono quasi il doppio dei ragazzi.

Anche le neolaureate hanno più difficoltà a trovare lavoro: -10% contro il -8% dei maschi, che guadagnano comunque il 19% in più. Non sono gli unici numeri da allarme rosso che si incontrano sfogliando l’Atlante, a cura di Vichi De Marchi e arricchito tra l’altro dal contributo di 7 famose scrittrici. Ne emerge un quadro di “periferie educative”, causate dalla povertà su cui «s’è abbattuta la scure dell’emergenza Covid» che rischia ancor di più di allargare le diseguaglianze, se è vero che già prima della pandemia l’11,4% dei minori (1,13 milioni) si trovava in povertà assoluta; più di 1 minore su 5 vive in condizioni di povertà relativa, con record in Calabria (42,4%) e Sicilia (40,1%).

Sullo sfondo c’è lo “smottamento demografico”: negli ultimi 10 anni abbiamo perso oltre 385 mila minori e oggi essi rappresentano il 16% del totale della popolazione. Solo nel 2019 l’Italia con poco più di 420 mila nascite ha segnato un -4,5% rispetto all’anno precedente e a fine 2020, anno della pandemia, potrebbe conoscere una ulteriore riduzione di 12 mila unità. A compensare, solo i minori stranieri che oggi sono l’11% del totale.

Di pari passo l’aumento della povertà educativa: già il nido è un privilegio per pochi, ma anche al di fuori della scuola le opportunità di crescita culturale per i giovani sono basse: nel 2018-2019 il 48% dei minori tra i 6 e i 17 anni non leggeva neanche un libro extrascolastico all’anno.

«Scuole a singhiozzo e didattica solo a distanza – afferma la direttrice dei programmi Italia-Europa di StC Raffaela Milano – stanno producendo non solo perdita di apprendimento, ma anche di motivazione. L’Atlante indica con chiarezza le zone rosse della povertà minorile e della dispersione, dove è necessario intervenire subito».

Gli effetti della pandemia, ora, rischiano di essere ancor più pesanti sulle femmine, nonostante dai dati dell’Atlante bambine e ragazze siano più brillanti dei loro coetanei: leggono più dei maschi e hanno performance scolastiche migliori. L’istruzione è percepita, per loro, come il principale fattore protettivo: si laureano un terzo delle giovani, a fronte di solo un quinto dei ragazzi.

Nonostante questo, il nostro Paese ha uno dei tassi di occupazione femminile più bassi in Europa. Inoltre bambine e ragazze accumulano lacune nelle materie scientifiche già dal secondo anno della primaria. Tutti fattori che vanno a costruire il gap di genere nel numero dei neet: in Italia, le giovani in questa condizione sono il 24,3% contro il 20,2% dei maschi, rischiando entro la fine dell’anno di toccare quota 1 milione e 140 mila.

Leggi il rapporto di Save the children

 

Covid, il 70% degli studenti contro la chiusura

da Il Sole 24 Ore – 18/11/2020 -  Redazione Scuola

Che cosa vuol dire essere studenti nel 2020, l’anno della pandemia? Tremila ragazzi di scuole superiori e università hanno risposto ad un sondaggio di Skuola.net:. quasi la metà sta vivendo molto male il momento, circa 8 su 10 pensano che il virus avrà ripercussioni negative sul loro futuro. Tanti, circa 7 su 10, si lamentano per la gestione del capitolo scuola da parte degli adulti. Perché più di uno su 2 mal sopporta la Dad.

Gli ultimi nove mesi sono stati devastanti; specie dal punto di vista mentale. Quasi 1 su 2, infatti, sta passando un periodo molto difficile e afferma che la sua esistenza è stata letteralmente stravolta. Appena 1 su 10 sostiene che non sia cambiato granché nel suo approccio alla vita.

Gli altri, seppur tra mille difficoltà, hanno comunque tentato di andare avanti non facendosi condizionare dal virus. A generare un atteggiamento del genere è stato soprattutto quanto accaduto alla scuola.

A parte qualche settimana di lezioni in presenza, quasi tutto l’anno scolastico (e universitario) si è svolto online. Una assoluta novità che per circa 1 su 3 si è tradotta nella perdita di ogni punto di riferimento. Anche se c’è qualcuno, specialmente tra gli universitari, che ritiene che questa “prova” lo renderà più forte e capace di affrontare le difficoltà della vita. Ma è fuor di dubbio che la didattica a distanza non sia stata una cosa facile da digerire.

Focalizzando l’attenzione sugli studenti più piccoli (quelli delle superiori) il dato è ancora più evidente: il 18% sin dallo scorso inverno sta vivendo malissimo il fatto di non poter andare fisicamente a scuola e un altro 36%, mentre durante il lockdown aveva fatto buon viso a cattivo gioco, con l’avvio della seconda tornata di Dad si è rassegnato al peggio. Meno della metà, alla fine, si sta abituando alle lezioni da casa (con un 10% che addirittura ora preferisce questa modalità alla scuola in presenza).

In parte, però, se lo aspettavano che potesse accadere di nuovo: il 55% aveva immaginato che le classi richiudessero molto presto (il 14% pensava che non riaprissero affatto), mentre il 28% temeva sì lo stop ma in inverno inoltrato; quasi nessuno (3%) avrebbe scommesso su un anno scolastico tutto in presenza. Una situazione che è dovuta soprattutto alla gestione dell’emergenza sanitaria.

Ma il fatto che la chiusura delle scuole sia stata determinata in larga parte da ragioni esterne agli istituti (questione trasporti, assembramenti agli ingressi, ecc.) porta i ragazzi ad essere lo stesso arrabbiati con gli ‘adulti’ per come hanno affrontato gli eventi: per il 20% le istituzioni avrebbero potuto fare di più fin dall’inizio, per un altro 50% le colpe vanno circoscritte alla seconda ondata. Per questo in tantissimi appoggiano le proteste contro la Dad che stanno andando in scena in questi giorni: per l’11% sono sempre legittime, per spingere al ritorno in classe; per il 43% sono giustificabili solo in quei casi in cui non tutti gli studenti hanno le stesse opportunità per collegarsi online.

Una piccola crociata in cui i ragazzi delle superiori trovano l’appoggio dei colleghi più grandi. Anzi, lo spirito degli universitari è ancora più battagliero: 3 su 4 si sono sentiti trascurati dalle istituzioni (per il 28% ci si è concentrati solo sulla scuola, il 47% pur riconoscendo che la scuola aveva più criticità avrebbe gradito maggior attenzione). E per una quota simile, non aver potuto frequentare l’università per così a lungo gli potrebbe aver precluso tante opportunità, sia per fare nuove conoscenze sia in ottica lavorativa.

Il sondaggio, però, è stata anche l’occasione per far parlare i ragazzi, per far loro esternare le proprie sensazioni, per capire cosa gli manca di più della loro vita da studente prima dell’arrivo del Covid.

Tutto, o quasi, ruota attorno alla semplice quotidianità: fino a febbraio era data per scontata, oggi è diventata un grande vuoto. C’è chi rimpiange «l’intervallo tutti assieme», chi «i ritmi di vita normali», chi «i pomeriggi di studio con gli amici», chi «gli scherzi e le litigate con i compagni», chi persino «il tempo trascorso sui mezzi pubblici» e «l’ingresso dei prof in classe». In fondo, i rapporti umani sono quelli che più di ogni altra cosa mancano: per il 19% la Dad ha deteriorato inesorabilmente i rapporti con il resto della classe, per il 53% li ha almeno raffreddati.

 

 


 
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