Chiusura scuole: aumento dei contagi?


Aumento dei contagi. La scuola è causa o vittima?

Tuttoscuola - 03 novembre 2020

 

Purtroppo il contagio da Coronavirus continua drammaticamente ad aumentare e tra le numerose questioni che animano il dibattito c’è ovviamente anche la scuola, al centro di una disputa tra chi la ritiene una delle principali condizioni favorevoli per la diffusione del contagio e chi, al contrario, la difende, con le dovute misure di sicurezza, per preservarla dai contagi esterni.

Tra i primi c’è anche uno studio dell’università di Edimburgo, pubblicato su “Lancet”, con una ricerca condotta sulle situazioni di 131 Paesi che avrebbe messo in evidenza come la chiusura delle scuole abbia ridotto il contagio del 15%, mentre la riapertura avrebbe aumentato la trasmissione del contagio del 24%.

In Europa, in proposito, non c’è una linea omogenea e sembra prevalere l’apertura delle scuole. 

In Italia, senza scomodare gli studi di quell’università scozzese, hanno ritenuto opportuno chiudere le scuole due governatori regionali, Michele Emiliano della Puglia e Vincenzo De Luca della Campania, entrambi convinti che l’impennata dei contagi nelle loro regioni è coincisa con la riapertura delle scuole.

Di tutt’altra opinione è invece la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina che – sostenuta questa volta da tutti i sindacati rappresentativi – ha confermato l’attività didattica in presenza per gli alunni delle scuole del primo ciclo e dell’infanzia.

Più che dalla statistica, la sua determinazione è motivata soprattutto dalla convinzione che la scuola in presenza sia un valore e un servizio primario da salvaguardare. Ma certamente, con buon fiuto politico, l’Azzolina sa che la sua difesa della scuola aperta trova un ampio consenso tra le famiglie e nella società.

Le proteste contro le ordinanze di Emiliano e di De Luca sembrano, per il momento, darle ragione.

 

 

Dpcm e scuole chiuse: amarezza e timori di presidi e professori. «Per gli studenti solo un danno»

Corriere della sera – 3/11/2020 -  Gianna Fregonara

 

Le scuole si riorganizzano: il vero rischio ora è non riaprire più. Sindacati, genitori, presidi e studenti. Come si vive dentro la scuola l’arrivo delle nuove restrizioni

Amarezza, «un’amarezza pazzesca, la sensazione che il nostro lavoro di quest’estate non sia rispettato e che anche i soldi spesi per adeguare le scuole siano stati sprecati. E un timore: che in classe non si torni più». Intanto con il nuovo Dpcm anche le misure restrittive per le scuole saranno in vigore fino al 4 dicembre: due settimane in più di quello che era stato stabilito dieci giorni fa. Ma sono molti i presidi che come Roberta Fantinato, dirigente del Liceo Minghetti di Bologna, si accingono a rifare i piani e gli orari con un certo malumore e dispiacere.

I danni permanenti

«I contagi crescono, ma così rischiamo di consegnarci all’emergenza sanitaria — insiste Mario Rusconi, presidente dell’Anp del Lazio —, senza riflettere sui rischi formativi di un altro anno a distanza: ci sono gravi problemi di connessione in molte aree del Paese che non sono stati risolti». E non a caso, la ministra Lucia Azzolina ha ripreso a distribuire fondi per i pc alle scuole: altri 85 milioni di euro per dotare gli alunni di computer per la Dad.

L'appello

A Milano un gruppo di insegnanti del Liceo Carducci ha scritto una lettera appello perché il governo ci ripensi e non faccia pagare alla scuola errori di programmazione di altri. Ma intanto, anche prima che arrivino le nuove restrizioni, i collegi dei docenti di molte scuole hanno già votato la didattica a distanza per tutti, perché l’organizzazione, i tamponi, i protocolli comunque non funzionano, i prof sono spaventati e allora tanto vale collegarsi tutti da casa in sicurezza. Persino i genitori di Bologna che hanno fatto una petizione per le superiori hanno trovato più mamme e papà del previsto rassicurati dal fatto di tenere a casa i figli.

La protesta dei presidi

Ma chiudere le scuole non è soltanto una «scelta gravissima», come scrivono i sindacati. È un danno agli studenti e, come dice il capo dei presidi Antonello Giannelli, «dobbiamo essere consapevoli del prezzo sociale che pagheremo noi e di quello individuale che pagheranno gli studenti: sarà elevato e lo vedremo nei prossimi anni». Qualcuno i conti li ha già fatti: i mesi persi nella scorsa primavera costeranno in futuro agli studenti novecento euro di minor stipendio all’anno.

La provocazione

Per difendere le scuole si mobilita anche il Cts con il coordinatore Agostino Miozzo che spiega che «se un ragazzo non va a scuola poi non dovrebbe nemmeno essere libero di andare al centro commerciale o di incontrarsi al bar con gli amici». Dunque, chiusure ulteriori solo in caso di lockdown. Il sindaco di Milano Beppe Sala ha già «preso atto della chiusura delle superiori» e si batte per tenere aperte medie e elementari. Ma che ne sarà dei ragazzi dei tecnici e professionali che non faranno più neppure quelle poche ore di laboratorio al centro della formazione? Controcorrente va la Uil con il segretario Pino Turi che propone di chiudere le scuole per 15 giorni e riorganizzare quello che non si è fatto in otto mesi, anticipando le vacanze di Natale e recuperando a fine anno: «Bisogna fare qualcosa, avere un’idea che non sia solo chiudere». Appunto




 

 
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