Perché riprendere oggi la sfida dell’autonomie delle scuole?


Perché riprendere oggi la sfida dell’autonomie delle scuole?

15 ottobre 2020 - Roberto Pellegatta – direttore rivista “Dirigere scuole”


Ieri, 14 ottobre, si è svolto un evento online organizzato da Indire in vista di Didacta 2021. Dalle 17 alle 19 c'è stata la tavola rotonda: Una scuola in mezzo al guado: l’autonomia scolastica incompiuta.

Sono intervenuti: Antonello Giannelli, Presidente Associazione Nazionale Presidi (ANP), Roberto Pellegatta, Direttore della rivista ‘Dirigere scuole’ (DiSAL), Angelo Paletta, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Paola Nencioni, Ricercatrice Indire.

Moderatore: Patrizio Bianchi, Professore Università di Ferrara – Assessore della Regione Emilia-Romagna.


Pubblichiamo il testo dell'intervento di Roberto Pellegatta.



1. Una sfida reale?

 

Nel contesto attuale, non solo legato alla situazione creatasi a causa della pandemia, ma già creatasi precedentemente a causa delle politiche scolastiche degli ultimi ministeri, parlare di “ripresa dell’autonomia scolastica” sembra pura astrazione, quando non una teorica affermazione di principio.

Pur in questo quadro io credo che invece sia l’unica prospettiva realistica da percorrere se qualche forza culturale sociale desidera una ripresa di qualità del nostro sistema scuola. Altre prospettive non ce ne sono.

La storia la conosciamo. Introdotta nel dibattito italiano già da Giovanni Gozzer in una sua lucida riflessione del 1964 come idea chiave per risolvere il rapporto tra stato e scuola (molto bello anche il 24 capitolo de “Cristo si è fermato a Eboli” dove parla nel1944 di “autonomia delle autonomie” come unica strada per una repubblica a servizio della nazione), ripresa poi da alcuni ministri dell’istruzione nei loro tentativi di riorganizzare il sistema scolastico italiano, giunge al primo (.. e ultimo) inquadramento normativo con la legge 59/1997 e  con il D.P.R. 275/1999, Regolamento attuativo che purtroppo non ha trovato effettiva attuazione.

L’ultimo tentativo di tornare su di un sistema di scuole autonome risale al Progetto di Legge “Norme per l'autogoverno delle istituzioni scolastiche statali” frutto della VII Commissione della Camera del 10 ottobre 2012: ma si trattava solamente di una riforma degli organi collegiali.

Che ne è stato dunque dell’autonomia scolastica? Gli aggettivi si sono sprecati: incompiuta, inattuata, congelata, quando non tradita.

Nelle stesse vicende internazionali l’istanza autonomistica nei sistemi scolastici ha subito vicende alterne: vada per tutti il caso inglese, patria delle autonomie istituzionali, dove negli anni ’90 si tentò addirittura una retromarcia verso il governo centrale.

Ma occorre ripresa di un dialogo sulle ragioni ed i caratteri di un rinnovamento del  sistema scuola, che recuperi l’efficacia perduta, l’adeguatezza ai tempi, ai bisogni culturali, educativi ed economici di oggi.

 

 

2. Una sfida necessaria

 

Consapevoli della complessità e (occorre riconoscerlo) della difficoltà a riproporre oggi la grande prospettiva autonomista,

Il problema della governance delle scuole statali in Italia ha raggiunto livelli di crisi allarmanti. Basti pensare solo al fatto che a settembre di quest’anno, come accade da molti anni,  mancano alle scuole quasi un terzo dei docenti e solo quest’anno si è riusciti a coprire quasi tutti i posti dei dirigenti scolastici titolari.

Tuttavia, e più a fondo, il grave stato di empasse istituzionale nasce dalla mancata  risposta ad una domanda cruciale per il rilancio dell’autonomia scolastica, domanda che DiSAL, già nel proprio convegno del 2004, aveva così espressa: a chi appartiene la scuola?  Non si può delineare un quadro istituzionale chiaro se non si decide previamente se la scuola italiana debba restare in capo ad uno stato centrale efficiente ed organizzato (realtà in Italia impossibile da decenni), o debba trasferirsi alle regioni, oppure se debba appartenere alle comunità locali ed ai soggetti sociali che le costituiscono.

Occorre quindi scegliere, consapevoli che la scelta per una visione complessiva porta intrinsecamente con sé anche la scelta sulla problematica della scuola non statale (e più in generale della libertà educativa). DiSAL ha sostenuto dai propri inizi le ragioni per le quali non si possa disgiungere appunto l’autonomia dalla parità.

Le ricerche e le vicende internazionali ci dicono che qualcosa cambierà di sicuro nei prossimi decenni: i movimenti complessivi vanno verso scuole sempre più autonome, con il dovere di rendere conto di quel che fanno,  con programmi scolastici sempre meno uniformi fra le scuole di un paese, con una valutazione delle scuole, degli insegnanti, dei dirigenti che diventerà la regola con tutte le conseguenze del caso.

Lo stato di incompiutezza delle norme sull’autonomia scolastica in Italia resta una prova lampante di come non si possa innovare il mondo della scuola senza modificarne le modalità di governance

 

3.  Il valore che c’è in gioco

 

Il vero e grande valore dell'autonomia sta nel consentire alle scuole, slegandosi dalla gestione centrale, di esercitare la responsabilità di rispondere ai bisogni delle proprie comunità e dei proprio giovani. Riprendere sul serio un dibattito sull’autonomia scolastica è compito serio e urgente per il quale occorre prendere decisioni chiare e impegni forti.

Perché questo accada servono: un gruppo dirigente portatore di una chiara visione e capace di assumersi la responsabilità necessarie; professionisti dell’istruzione e dell’educazione preparati ed appassionati; margini normativi adeguati all’azione; un ceto politico convinto sostenitore del rinnovamento.

Una delle linee portanti della nostra rivista resta la convinzione che la forza di una scuola è essenzialmente legata alla stretta appartenenza alle comunità locali di cui è espressione.

Negli ultimi decenni questo aspetto è sempre più emerso anche nella stessa prassi delle scuole che, da pure e passive esecutrici terminali delle disposizioni statali, hanno iniziato non solo a leggere il proprio territorio, ma soprattutto a rafforzare il dialogo con i soggetti sociali che lo costituiscono. Non a caso è proprio la nostra Costituzione  a ricordarci che la nazione non è fatta dallo stato, ma proprio dalle comunità locali e dai soggetti sociali che ne creano la trama, culturale prima ancora che sociale.

Qualcuno (innanzitutto il prof. Paletta) giustamente parla da tempo di scuola come di un’impresa sui generis, un’organizzazione cioè finalizzata a soddisfare uno dei bisogni fondamentali della nazione. E, capace di farlo, proprio perché “sociale”, non solo senza finalità di lucro, ma soprattutto con una forte partecipazione dei soggetti coinvolti al perseguimento dello scopo sociale, fino a renderli partecipi della gestione e amministrazione delle attività.


 

4. Il problema delle professioni

 

La questione che ci sembra emerga riguarda il ri-pensamento delle figure che in prima persona son chiamate a costruire ogni giorno la risposta culturale ed umana ai bisogni formativi: gli insegnanti e le direzioni delle scuole (non potendosi di fatto limitare al solo dirigente scolastico).

Se è sempre più chiaro che una scuola è a servizio della/e propria/e comunità, allora occorre ripensare quella che un tempo erano delineata come l’organicità di questi intellettuali.

I caratteri della scuola come impresa sociale mostrano che questi intellettuali trovano la loro ragion d’essere e di agire nell’essere organici non solo a delle persone e, ultimamente, al mistero che le costituiscono, ma anche a quella trama di relazioni nelle quali le persone sono generate e ogni giorno ri-generate (nel bene e nel male).  Questo esige il ri-pensamento culturale e giuridico delle figure attuali, rimaste nella sostanza immutate nei decenni e riconducibili formalmente ad una ruolo di “impiegati dello stato”.

Un ri-pensamento che riesca a delineare nuove figure di professionisti e co-protagonisti (co-operanti) capaci di  concepirsi e di agire a servizio delle persone e delle loro comunità, in un contesto di autonomie istituzionali e di libertà educative riconosciute. 

 

5. Condizioni per una effettiva innovazione

 

Resta il fatto che nulla più dei processi di innovazione e cambiamento è divenuto tema costante del dibattito internazionale sulla scuola. 

Innovazione e cambiamento sono indispensabili processi con i quali non solo nella scuola si stanno facendo i conti per trovare un proprio ragionevole futuro.

Ma questi processi non sono senza traumi: di fronte alle esigenze di cambiamento non è difficile constatare la distanza profonda tra l’offerta formativa e la domanda di istruzione e formazione. I segnali di questa, spesso drammatici, si moltiplicano o vengono enfatizzati dai media. Quello più serio, nella sfera dell’esperienza personale tra piccoli e giovani, resta la noia, la caduta di motivazioni allo studio, tanto dichiarate in indagini e resoconti.  Ed è paradossale che questo accada proprio in anni nei quali  si sono messi in atto una miriade di tentativi e strategie proprio… per far “stare bene a scuola”.

A fronte di questa distanza occorre riconoscere che in tante scuole, da tempo, cambiamento e innovazione sono divenuti esigenza, impegno  e movimento reale per intercettare i mutamenti della domanda formativa e sociale e tentare risposte, soluzioni e buone pratiche, talora seriamente sperimentate, per poi, con coraggio, riflettervi criticamente e quindi di nuovo cambiare.

In questo impegno diffuso spesso sembra di perdere di vista la meta e quindi la visione complessiva (quando la si ha…) capace di dare direzione ai vari tentativi: perché cambiare? innovare? a quali esigenze dare priorità?  chi sono i protagonisti del cambiamento? a quali esigenze di cambiamento dare effettivamente ascolto? quando il mutamento di una forma tradizionale realizza effettivamente novità? come non lasciarsi trascinare solo da mode o novità solo apparenti?

Maggiore consapevolezza di quanto accade nelle scuole laddove si cercano percorsi, soluzioni, strategie nuove, laddove ribolle il fervore del cambiamento, perché “ogni giorno negli istituti scolastici scorre come un fiume in piena la coscienza critica del Paese, si formano i futuri cittadini, si diventa adulti, si rinsalda la tradizione, si gettano le basi per il futuro”.

È un ribollire sorto dopo le norme (dimenticate e abbandonate) per l’autonomia scolastica. Se l’autonomia è sparita dal dibattito istituzionale e culturale dei grandi cambiamenti, non è sparita come spazio e opportunità di azione in tante scuole, che hanno continuato a usare le poche possibilità esistenti o magari ne hanno forzato gli spazi proprio nel tentativo di cambiare, ma non per inseguire mode, bensì per diventare protagonisti di un servizio reale al proprio territorio, alle propria comunità locali, alle famiglie, ultimamente ai propri ragazzi e ragazze.

Il D.P.R. 275/1999 (Regolamento dell’autonomia) ha dato alle scuole la facoltà di gestire margini di autonomia organizzativa, didattica e curricolare.

 

6. Re-inventare la scuola

 

Una cosa certa: la novità non è atto individuale, opera eroica del singolo, ma è frutto comunitario di un ambiente, di agenzie educative cooperanti, di una “comunità educante” non in quanto dichiarata in contratti o premesse, ma praticata da adulti-adulti  consapevoli di aver bisogno gli uni degli altri.

Burocrazia, cascate di norme, morse sindacali permanenti da decenni ostacolano questa impresa, specie in chi dirige una scuola, imprigionato ogni giorno nell’ “eseguire il mansionario”; ma “gli spiriti più inventivi sanno come liberarsene. A tutto vantaggio di chi lavora con loro” . E la scuola ha bisogno di questi spiriti liberi.

Non si tratta allora né di intraprendere un cambiamento né di invocare una restaurazione.  Come sostiene sempre Luisa Ribolzi, bisogna re-inventare la Scuola, in un laboratorio permanente di innovazione, coniugando rigore e creatività, in un continuo imparare facendo.

Tutto questo richiede alla scuola un ruolo straordinario che non arriva, purtroppo, dalla politica, oggi in tragica crisi di leadership. Un nuovo compito che può giungere dalla capacità delle istituzioni scolastiche  di saper leggere le tensioni, di coinvolgere le forze buone del territorio per un curricolo adeguato al tempo, difendendosi da false innovazioni ed intrusioni.



 

 
Salva Segnala Stampa Esci Home