Riapertura scuola: e se qualcosa dovesse andare storto?


Ripresa della scuola: correggere la rotta prima che sia troppo tardi

Tuttoscuola - 31 agosto 2020

 

Cresce l’ansia man mano che si avvicina il 14 settembre. E si moltiplicano gli interrogativi sul destino del prossimo anno scolastico, che sarà largamente condizionato dagli sviluppi della pandemia in corso. Con un coefficiente di difficoltà che nessuno prima ha mai dovuto gestire.

Tuttoscuola in questo ricco numero speciale evidenzia, tra le tante, alcune criticità che si prospettano: gli alunni fragili che rischiano di essere dimenticati, il tempo scuola fortemente ridotto con la inevitabile caduta degli apprendimenti (l’abbiamo chiamata la scuola diminuita) e il crollo di un gioiello della scuola italiana, il tempo pieno. Avanziamo anche alcune proposte concrete di mitigazione dei rischi ai quali stiamo andando incontro. Ci sarebbe forse ancora tempo per metterle in atto, se si volesse lucidamente.

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Riattivare la scuola in presenza è stato sin dall’inizio l’obiettivo (condivisibile) che si è posto il Governo. Con due corollari, aggiungiamo noi: in sicurezza e garantendo il tempo scuola ordinario. Ma le cose stanno andando così? Il primo resta un principio che nessuno ha mai messo in discussione, anche se preoccupa il via libera temporaneo al mancato rispetto del distanziamento di un metro, con uso obbligatorio della mascherina (parere Comitato Tecnico Scientifico del 10 agosto). Una pesante riduzione degli orari di lezione è invece il prezzo che pagheranno gli studenti in tutti i casi in cui non sarà stato possibile organizzare il servizio in condizioni di sicurezza, per mancanza di spazi o di personale aggiuntivo (ad oggi, mentre piovono sui dirigenti scolastici diffide legali e insistenti domande dei genitori su orari e caratteristiche del servizio, le scuole ancora non sanno se verrà loro accordato l’organico richiesto. Diciamolo: così è insostenibile). E saranno tanti questi casi, basta qualche sondaggio nelle scuole per verificarlo. A ciò si aggiungerà un numero prevedibilmente fuori dall’ordinario di assenze (per quarantene, sintomi influenzali simil-Covid, etc). Un prezzo che potrebbe essere molto gravoso sui livelli di apprendimento degli studenti, soprattutto di quelli più fragili e non sostenuti dalle famiglie, che si somma al gap accumulato durante il lockdown. Un danno irrecuperabile per una intera generazione. Bisogna averne consapevolezza in modo da orientare gli sforzi di tutti al recupero di almeno una parte di questo gap in tutte le forme possibili. Pensiamo al tempo pieno nella scuola primaria, ormai frequentato dal 38% degli alunni: l’anno che sta per iniziare vedrà il crollo di questa formula, da anni in crescita (cinque anni fa ne beneficiava meno del 29%), perché tante scuole non riusciranno a organizzare il servizio di 40 ore settimanali inclusa la mensa. Un timore fondato: chiediamo che il Ministero dell’Istruzione, tra i frequenti monitoraggi, verifichi anche questo e lo faccia sapere con trasparenza all’opinione pubblica e alle famiglie. Sulle quali peraltro, private del servizio e costrette a organizzarsi, ricadrà il problema. Pertanto sarebbe opportuno avvisarle il prima possibile.

Alla fine di questa premessa, una considerazione di scenario: rispetto alla rigida impostazione di un modello unico, occorrono “piani B” molteplici, flessibili e integrati per riuscire ad aprire le scuole e al contempo aprire la via ad una scuola innovativa che metta in discussione i quattro pilastri su cui si basa l’attuale sistema scolastico: spazio, tempo, programmi e classi. E già, non dimentichiamolo: si sta facendo di tutto per riaprire la scuola di prima, ma poco per realizzare la scuola di cui ci sarebbe bisogno, quella che sogniamo. Mentre questo maledetto virus consegna anche l’opportunità di fare un salto avanti immediato, una sorta di mega progetto-pilota di quella che dovrebbe essere la grande partita dei prossimi lustri: immaginare sognando ad occhi aperti, progettare con lungimiranza e costruire con determinazione e costanza il sistema formativo in grado di preparare alle sfide del futuro. Che non è quello attuale, è chiaro a tutti. Con le risorse del Recovery fund e navigando abilmente l’onda del trend demografico si può costruire in un decennio.

 

 

Cosa succede se la riapertura delle scuole diventa un flop

Il Sussidiario -  31.08.2020 – Anselmo Del Duca

 

Tutti gli occhi della politica italiana sono puntati sull’election day del 20 settembre. Ma potrebbero essere puntati sulla data sbagliata. Certo sono in palio sette regioni, 962 comuni, due seggi senatoriali e il taglio di un terzo dei parlamentari. Sfida di estremo rilievo, eppure difficilmente potrà avere ripercussioni dirette sul governo, anche se ne potrebbe aggravare i problemi.

È il 14 settembre, a detta di molti, la data più insidiosa. Sulla riapertura delle scuole il governo si gioca tutto, la faccia e la credibilità. Eppure il caos di indicazioni e di idee con cui si sta arrivando a questa scadenza sembrano indicare un notevole grado di inconsapevolezza da parte dell’esecutivo.

Ragioniamo cifre alla mano (quelle dello scorso anno scolastico, ovviamente). Fra statali e paritarie gli alunni sono 8 milioni e 400mila, cui aggiungere le rispettive famiglie. 850mila gli insegnanti, oltre 8mila le istituzioni scolastiche, con la bellezza di 41mila sedi. Forse così l’impatto del sistema scuola diventa più evidente. L’unico a non avere cessato un solo momento di ricordarlo è il presidente Mattarella. “Il sistema Italia non può permettersi di dissipare altre energie, di rischiare di trascurare i talenti dei nostri ragazzi. La riapertura regolare delle scuole costituisce obiettivo primario”, aveva detto l’ultima volta a fine luglio, alla cerimonia del Ventaglio.

Poi incertezze e caos, le polemiche sui banchi, sulle mascherine, sulla misurazione delle temperature, sui trasporti verso le scuole, i professori timorosi di rientrare a scuola, il precariato che non sembra affatto destinato a scomparire, la confusione sulla data di inizio (ogni regione per sé) e, soprattutto, su cosa fare in caso di casi positivi a scuola, e magari di aumento generalizzato dei contagi. Il confronto con il resto d’Europa è sconfortante: dovunque la riapertura delle scuole è stata in cima alle preoccupazioni dei governi, senza esitazioni. Qui no, o almeno così è stato percepito.

Il ministro Azzolina, su cui pende la spada di Damocle di una mozione di sfiducia individuale annunciata da Salvini, sembra cullarsi nell’ingiustificata convinzione che tutto andrà bene. Certo, ce lo auguriamo tutti, ma non è affatto detto che sia così. Se qualcosa andasse storto, se le scuole fossero costrette a chiudere a ripetizione, la prima a pagarne il prezzo politico sarebbe lei, sinora difesa a spada tratta dal suo Movimento 5 Stelle. Da questo a diventare il nemico numero uno di studenti, famiglie e insegnanti (sindacati in testa), è un attimo.

La titolare dell’Istruzione potrebbe poi diventare del tutto indifendibile nel caso, poco probabile (e che certo non può essere auspicato da nessuno) ma che non si può del tutto escludere, della necessità di uno stop generalizzato alle attività didattiche e del conseguente ritorno all’insegnamento online. A quel punto la sua caduta non potrebbe rimanere isolata. Coinvolgerebbe non solo i tecnici, come il contestatissimo commissario Domenico Arcuri, ma anche il resto del governo a cominciare dalla sua guida, il premier Conte, come pure altri ministri in prima linea come Speranza, Salute, e Lamorgese, Interni.

Difficile che in un simile scenario un rimpasto di governo possa risultare sufficiente a placare gli animi, e a riportare la calma. Se la riapertura delle scuole si rivelasse un flop sarebbe a rischio la sopravvivenza stessa del governo e della maggioranza giallorossa.

L’ombra sullo sfondo rimane sempre quella di Mario Draghi, un altro che – sulla stessa lunghezza d’onda di Mattarella – ha detto chiaro che ai giovani bisogna dare più dei sussidi. Di fronte a una débâcle su un tema tanto delicato come l’istruzione nessuno, dal Quirinale, al Pd, potrebbe rimanere inerte. Il governo di emergenza e di larghe intese vagheggiato da più parti diventerebbe quasi una necessità, e Conte verrebbe in gran fretta archiviato.

Forse è per questa ragione che da più di una decina di giorni il premier è sparito dai radar, almeno quelli della comunicazione. Un fallimento sulla scuola sarebbe molto più grave di un 4-2 alle regionali. E Conte non può non saperlo.

 

 

 
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