Dibattito/Scuola pubblica non vuol dire solo scuola di Stato


Paritarie, il tradimento della Dc e il vicolo cieco di oggi

Il Sussidiario -  04.06.2020 - Mario Dupuis

Il concetto di parità scolastica è superato: è arrivata l’ora di una sussidiarietà scolastica finanziata dalle Regioni e rispettosa dell’articolo 33 Cost.

Gentile direttore,
leggendo l’articolo di Antonio Magliulo del 22 maggio in merito alla discussione sulle scuole paritarie, che ha preso spunto sia dagli articoli di Corrado Augias e di Alessandro de Nicola apparsi su Repubblica, mi è sembrato di tornare indietro di 35 anni quando nel 1985, sull’onda delle manifestazioni francesi denominate “L’école libre vivra” (ero presente a quella di Parigi dove parteciparono più di un milione di persone, con l’appoggio dell’allora cardinale di Parigi Lustiger), iniziò anche in Italia una forte campagna culturale sulla libertà di educazione che mi vide tra i protagonisti, in quegli anni essendo responsabile scuola dell’allora Movimento Popolare.

A dire il vero quella battaglia culturale iniziò anni prima, se mai, più in sordina, quando don Giussani affermava, con la sua memorabile forza: “Mandateci in giro nudi ma lasciateci la libertà di educare” e questo, miracolosamente, innescò l’operosità di molti genitori che, riunendosi in associazioni e cooperative, fondarono delle “scuole libere” all’inizio senza nessun riconoscimento giuridico (funzionavano come “scuola paterna” prevista dalla Costituzione) e poi con i riconoscimenti previsti dalle norme vigenti, cioè la parifica per le scuole elementari e il riconoscimento legale per le scuole medie inferiori e superiori.

Queste opere educative si affiancarono alla grande tradizione di scuole istituite da ordini religiosi (facenti capo alla Fidae, Federazione Istituti Attività Educative) che, ricordiamolo, sono nate lungo i secoli innanzitutto per permettere l’istruzione gratuita ai bambini e ragazzi delle famiglie povere e analfabete.

Dare lo status di “scuola pubblica” a queste scuole sorte per iniziative di “formazioni sociali” (garantite dall’art. 2 della Costituzione) è sempre stato un muro insormontabile ancora più assurdo, vista la quantità di muri che sono crollati in questi decenni. Ma la difficoltà a ritenere queste scuole libere come scuole “pubbliche” – e perciò anche queste gratuite per chi le sceglie – viene da lontano: lo Stato unitario di fine 800 aveva necessità di realizzare oltre l’unità politica anche una unificazione culturale, e scelse la via più semplice, anche se in qualche misura contraria ai principi liberali che lo ispiravano: la statizzazione del sistema di istruzione sul modello napoleonico, e perciò la creazione di un’amministrazione scolastica costruita con le stesse regole e prassi dei modelli ministeriali.

Così anche le scuole sono definite quali “organi tecnici dello Stato”. Questo tra l’altro ha giocoforza penalizzato le scuole cattoliche esistenti, ma questa era un’ulteriore carta vincente, visti i rapporti tesi di allora tra Stato e Chiesa.

Immaginiamoci se questo modello non andò a pennello sotto il regime fascista.

Ma con l’avvento della Repubblica non cambiò molto e la scuola statale “istituita dalla Repubblica” (come recita la Costituzione all’art. 33) continuò ad essere gestita dall’amministrazione statale centralizzata secondo il modello ottocentesco. Perciò: scuola pubblica = scuola statale, il resto è scuola “privata” (termine peraltro assente dalla Costituzione).

Se poi si pensa che questa scuola statale è stata governata dalla Dc ininterrottamente dal dopoguerra agli anni 90 e che le associazioni cattoliche governavano di fatto il ministero della “Pubblica Istruzione” occupando le varie direzioni generali e le miriadi di commissioni, si capisce che tutto l’operato politico della leadership dominante del mondo cattolico si concentrò di fatto sulla capacità di condizionare politicamente e culturalmente la gestione della scuola statale, indebolendo però la possibilità di un cambiamento.

La Dc scelse di rendere sempre più statalista (tanto governava lei) la prima parte dell’art. 33, che afferma che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” e che “la Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi” trattando come un macigno insormontabile il famoso emendamento Corbino (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”), in base al quale tutti gli altri partiti ritenevano impossibile fare una legge sulla cosiddetta parità scolastica che permettesse il finanziamento pubblico di tali scuole.

Giovanni Gozzer (1915-2006), forse l’ultimo storico delle vicende scolastiche, che mi fu maestro in queste cose negli anni 80 dove ero, come ho accennato sopra, in prima linea, mi diceva sempre che questo ripiegamento-rinuncia della Dc avvenne dopo il tentativo fallito dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Guido Gonella (dal 1946 al 1951) che predispose un disegno di legge che adempiva finalmente a quanto prescritto dalla Costituzione e si denominava appunto “Norme generali sull’istruzione” dove si disancorava la nozione di scuola pubblica coincidente con scuola statale e si leggeva in modo unitario l’art. 33 della Costituzione, per cogliere dentro tutto quel contesto l’ultimo famoso comma Corbino.

La stessa parola “parità” in fondo era (ed è secondo me ancora) frutto di questa concezione statalista, ridotta sempre più all’idea di un finanziamento che lo Stato, bontà sua, dovrebbe concedere a scuole che comunque non sente sue. Per questo rappresentò un momento di capovolgimento culturale lo slogan che coniammo per un convegno nel 1985, “Verso una scuola pubblica non di Stato” e che trovò attenzione in numerosi ambienti laici (ricordo gli articoli sul Giornale di Federico Orlando o di Nicola D’Amico sul Corriere, i dialoghi con il liberale sen. Valitutti fino alle aperture dell’on. Martelli allora vice segretario del Psi).

Era come dire: basta chiedere la parità come concessione, ridisegniamo tutto il sistema scolastico in modo che diventi un sistema scolastico interamente libero dove le scuole “istituite” (la Costituzione non dice mai “gestite”) dallo Stato e quelle nate in forza dei diritti sanciti per le formazioni sociali (art. 2 Costituzione) trovano la loro legittimità e il loro funzionamento all’interno delle norme generali.

Per questo, nel 1987, presentammo in Parlamento un disegno di legge di iniziativa popolare, raccogliendo più di 500mila firme, denominato “Norme generali sull’istruzione” che registrò un consenso di molti intellettuali cattolici e laici e aperture significative nei partiti tradizionalmente contro la parità (penso alla sen. Alberici del Pci, a Ethel Serravalle, storica responsabile scuola del Partito repubblicano e, come ho detto, a diversi esponenti del Psi).

Così, secondo noi, si sarebbe capito perché il rapporto pubblico-privato era un “falso problema”, come diceva il titolo di un’interessante ricerca di quegli anni 80 curata dalla Fondazione Agnelli.

Finalmente il dibattito usciva dalle secche della richiesta di “soldi alle scuole private” (legittima ma inascoltata, nonostante fin da allora si dimostrasse il risparmio dello Stato dovuto alla frequenza a queste scuole anziché a quelle statali) e poneva i cattolici alla guida di un salto di qualità di tutta la scuola italiana, tenendo insieme, ripeto, l’art. 2, l’art. 30 e “tutto” l’art. 33 della Costituzione.

Augusto Del Noce, in un convegno del 1987 intitolato “Verso una scuola pubblica” affermava: “Il privilegio che i laici accordavano in passato alla Scuola di Stato era legato all’idea dell’educazione ‘nazionale’: compito della scuola era creare l’unità morale della nazione. Ma ciò presupponeva l’esistenza di un catechismo unico che unisse famiglia, scuola, città e nazione. Ma nella situazione di oggi la politica scolastica può ignorare la trasformazione che è avvenuta nella società? Oggi parlare di scuola pubblica significa la designazione di un organismo che comprende accanto alla scuola gestita dallo Stato quella a cui attendono i diversi soggetti sociali. Scuola pubblica caratterizzata dalla pluralità rispetto alla quale può realizzarsi la scelta, motivata da responsabilità educative della famiglia e dei discenti”.

Un’ulteriore opportunità per un capovolgimento di concezione fu  la relazione di Sabino Cassese alla Conferenza nazionale sulla scuola del 1990, con Sergio Mattarella ministro dell’Istruzione, che parlò di “scuole della Repubblica” affermando che “la Costituzione è morta quando dispone che le scuole da istituire siano statali, infatti la scuola non serve lo Stato, ma serve ad una funzione, quella dell’istruzione, di cui è responsabile … col mutare del rapporto tra Stato e società e di quello tra scuola e Stato, ci si è andati lentamente rendendo conto del fatto che lo Stato non può essere responsabile dell’istruzione. Lo è la scuola, in quanto corpo dotato di autonomia. L’istruzione – continuò Cassese  – non è  più un servizio collettivo di tipo  statale, ma un servizio collettivo pubblico, retto da professionisti la cui attività  non è riducibile al modello amministrativo di  tipo burocratico”. Questa relazione, ricordo perché ero presente, creò scompiglio e reazioni fortemente negative in tutto quel mondo cattolico legato alla concezione statalista della scuola, che si trovava su queste cose in accordo con molti sindacati e tutta la sinistra.

La prospettiva di Cassese – sia ben chiaro – non era ancora risolutiva del rapporto con le scuole bollate come “private”, ma avrebbe certamente posto le basi culturali e politiche per trattare il loro riconoscimento pubblico e perciò anche il loro finanziamento dentro una gestione innovativa e moderna di tutto il sistema scolastico.

Non se ne fece niente, se non di usare l’autonomia delle istituzioni scolastiche come un semplice maquillage della scuola gestita dallo Stato.

Sono stati fatti passi avanti in questa direzione? A livello politico il fatto più rilevante è quello dell’approvazione della legge del 2000 “Norme per la parità scolastica” per opera dell’allora ministro Luigi Berlinguer, che però rimane figlia di un’impostazione comunque statalista, come dimostra non solo l’assenza di passi avanti dopo tale legge, ma, anzi, il crescente pregiudizio politico sul finanziamento a tali scuole.

Questo retaggio del passato è difficile, perciò, che venga estirpato, perché ha radici profonde e anche se ci fosse una maggioranza favorevole in Parlamento (Berlusconi l’aveva) una legge che finanzi tutte le scuole ritenute pubbliche scatenerebbe l’insurrezione popolare.

Secondo me occorre puntare sulle Regioni che, non potendo ovviamente intervenire sull’assetto istituzionale della scuola, possono scegliere di tutelare le famiglie che aderiscono alle formazioni sociali che gestiscono scuole “paritarie” (quindi facendo leva sull’art. 2 della Costituzione oltre che sull’art. 30 che sancisce il loro “dovere di mantenere, istruire, educare i figli”) attraverso l’istituzione del “buono scuola” (dizione usata in primis dalla Lombardia sotto la presidenza Formigoni e poi seguita dal Veneto).

A breve non aspettiamoci più di qualche manciata di soldi dallo Stato (è fin noioso ricordare che con gli ultimi decreti può avere più contributo chi si compra un monopattino di chi manda il figlio in una scuola libera); le uniche risorse potranno venire dalle Regioni, se potenzieranno i buoni scuola fino a non far pesare a livello economico la libertà educativa e la libertà di insegnamento, e dall’iniziativa solidale del popolo cristiano, come testimonia la Cei con l’istituzione di borse di studio per alunni bisognosi delle scuole non statali.

In definitiva, alla luce di questo sintetico excursus, credo che il futuro del dibattito non debba incentrarsi sulla parità scolastica ma sulla sussidiarietà (che è anche conseguenza politica a mio avviso dell’art. 2 della Costituzione già citato) e, di conseguenza, sulla lettura intera e innovativa dell’art. 33.

 


Prima la scuola pubblica

da la Repubblica – 21/5/2020 - Corrado Augias

Solo pochi giorni fa abbiamo pianto la perdita del professor Franco Cordero, carattere aspro, vasta sapienza, grande mente illuminata. Caratteristiche che determinarono, negli anni Sessanta, il suo allontanamento dall’università Cattolica di Milano: le sue idee non si conciliavano con i dogmi della Chiesa. Non è il solo caso.

Anche il filosofo Emanuele Severino – scomparso nel gennaio scorso – venne cacciato pochi anni dopo Cordero, processato dall’ex Sant’Uffizio che sentenziò l’insanabile opposizione tra il suo pensiero e il cristianesimo. Stessa sorte ha avuto Luigi Lombardi Vallauri, filosofo del diritto con cattedra a Firenze e all’Università del Sacro Cuore.

Nel 1996, dopo vent’anni d’insegnamento venne espulso dall’ateneo cattolico. Il ricorso al Consiglio di Stato venne rigettato con la motivazione che i giudici non potevano sindacare, a norma di Concordato, la decisione della Chiesa. La lesione del suo diritto venne invece riconosciuta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che condannò l’Italia per aver violato la libertà d’espressione di un insegnante e il suo diritto a un giusto processo.

Richiamo i precedenti perché s’è di nuovo affacciata la vecchia questione delle scuole paritarie che, dopo il flagello del Covid 19, chiedono l’aiuto finanziario dello Stato. Più precisamente chiedono detrazioni fiscali per pagare le costose rette delle scuole paritarie (in maggioranza cattoliche) mentre le scuole pubbliche sono giustamente semi-gratuite.

Parliamo di scuole medie, sia chiaro, non di università. I precedenti citati calzano però ugualmente per una ragione stabilita in Costituzione all’articolo 33 che detta: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Un professore di storia in un liceo che, in buona e informata coscienza, insegnasse che Gesù aveva quattro fratelli e alcune sorelle, come scritto nei vangeli, rischierebbe il licenziamento perché il dogma vuole Gesù figlio unigenito.

Ecco un ostacolo a considerare le scuole paritarie in linea con il dettato costituzionale che disegna la laicità della Repubblica. La richiesta di un finanziamento pubblico permanente si scontra però anche con un altro comma del medesimo articolo: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». La legge, nel fissare diritti ed obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, garantisce piena libertà ed un trattamento definito “equipollente” per gli alunni.

Equipollente significa: “Di egual valore ed efficacia” (Devoto-Oli), altro non c’è.

Nei fatti la norma “senza oneri per lo Stato” non ha quasi mai trovato completa attuazione.

In un modo o in un altro vari governi sono intervenuti ad esempio per aiutare scuole paritarie in difficoltà o per finanziare la creazione di istituti privati dove mancava una scuola pubblica. È in base a questi precedenti si torna ora ad avanzare la richiesta di un finanziamento statale. Una valutazione equilibrata deve riconoscere che, nella pioggia di aiuti del “decretone” a partite Iva, avvocati, artigiani e varie altre categorie, possano rientrare anche le scuole paritarie. Il provvedimento ha stanziato per la scuola la somma complessiva di 1,5 miliardi (a fronte dei 3 gettati nella fornace Alitalia) la maggior parte legittimamente destinata alle scuole di Stato. Gli istituti paritari, se organizzati seriamente, possono svolgere un’azione benemerita ma l’aiuto dello Stato non può che avere carattere temporaneo. Il che è molto diverso dal tentativo di cogliere la drammatica situazione sanitaria per strappare un riconoscimento permanente. Le norme della Costituzione, soprattutto quando riguardano principi di fondo, possono essere interpretate in maniera benevolmente estensiva ma in nessun caso possono essere ignorate.

 

Augias contro le paritarie, la risposta dei costituenti

IlSussidiario - 22.05.2020 - Antonio Magliulo

La discussione sulle paritarie e sulla legittimità del loro finanziamento ha una base storica in quello che successe nell’Assemblea Costituente

Milton Friedman, Premio Nobel per l’Economia nel 1976, amava ripetere che “non esistono pasti gratis”, ovvero che ogni scelta implica un costo opportunità: scegliere una cosa significa rinunciare ad un’altra e quindi sostenere un costo. L’economia politica è la scienza che aiuta gli uomini a scegliere in modo razionale come distribuire le scarse risorse esistenti. Vale anche ai tempi del coronavirus quando qualcuno potrebbe illudersi che la sospensione delle rigide norme europee consenta un indebitamento illimitato. No, le risorse restano scarse ed è doveroso impiegarle bene.

Tra le polemiche suscitate dalla recente approvazione del decreto Rilancio c’è quella che riguarda la ripartizione dei (limitati) fondi riservati alla scuola. È giusto destinarli anche alle paritarie?

Nei giorni scorsi, il quotidiano la Repubblica ha ospitato due articoli di segno opposto: uno di Corrado Augias, in sostanziale difesa del primato della scuola pubblica, l’altro di Alessandro de Nicola, in sostanziale difesa della “equipollenza” delle scuole paritarie. Al centro della disputa, il controverso terzo comma dell’art. 33 della Costituzione, che così recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

Chi ha ragione?

Vedremo rapidamente la tesi di Augias, quella di de Nicola e l’interpretazione dell’emendamento “senza oneri per lo Stato” data in Assemblea Costituente dal suo stesso proponente: Epicarmo Corbino.

La tesi di Augias, esposta nell’articolo pubblicato da Repubblica il 20 maggio, è riassunta nel titolo: “Prima la scuola pubblica”. L’autore afferma che il dettato costituzionale non è stato mai realmente attuato e che le scuole paritarie, che pure svolgono una “azione benemerita”, hanno goduto nel tempo di varie sovvenzioni pubbliche. Riconosce anche che sia giusto, in questa straordinaria emergenza, aiutare tutti: dagli avvocati alle scuole paritarie. Ma dev’essere un intervento temporaneo ed eccezionale. Quello che non si può fare è approfittare dell’emergenza sanitaria per ignorare il principio costituzionale che riconosce l’esistenza delle scuole private, ma “senza oneri per lo Stato”.

Scrive il giornalista: “Gli istituti paritari, se organizzati seriamente, possono svolgere un’azione benemerita ma l’aiuto dello Stato non può che avere carattere temporaneo. Il che è molto diverso dal tentativo di cogliere la drammatica situazione sanitaria per strappare un riconoscimento permanente. Le norme della Costituzione, soprattutto quando riguardano principi di fondo, possono essere interpretate in maniera benevolmente estensiva ma in nessun caso possono essere ignorate”.

Il 16 maggio, sempre su Repubblica, Alessandro de Nicola aveva sostenuto una tesi diversa: lo Stato, riconoscendo la funzione pubblica delle scuole paritarie e il diritto all’istruzione gratuita di tutti i cittadini, dovrebbe mettere le famiglie in condizione di poter scegliere liberamente le scuole (statali o paritarie) in cui iscrivere i loro figli. Di più, il fallimento delle scuole paritarie (e oggi lo rischia il 30 per cento di quelle esistenti) determinerebbe, questo sì, “maggiori oneri per lo Stato”. Infatti, il costo medio annuale di un alunno nel sistema pubblico è pari a 6.000 euro mentre il contributo medio (diretto e indiretto) che lo Stato eroga per ogni studente delle scuole paritarie è di circa 750 euro (con una differenza di 5.250 euro pro capite). Se un terzo dei circa 866mila studenti che oggi frequentano le scuole paritarie dovesse essere costretto, causa fallimento di quelle scuole, ad iscriversi in istituti statali, il “maggior onere per lo Stato” sarebbe pari a circa 1 miliardo e 522 milioni di euro (5.250 euro per 290 mila studenti).

Scrive l’economista liberale: “qui non si tratta di reclamare sussidi per aziende private, ma parità di trattamento tra le persone. Se le scuole paritarie, come dice la legge stessa, svolgono un servizio pubblico e lo Stato assicura l’istruzione gratuita ai cittadini, il governo deve mettere in condizione le famiglie di poter scegliere anche istituti privati purché non a costi superiori di quanto costi frequentare quelli pubblici. Persino la laica e socialdemocratica Svezia, ove vige una sostanziale parità tra pubblico e privato, l’ha capito. Servizio pubblico non vuol dire monopolio statale: anzi, una competizione tra modelli educativi, rispettando le linee guida fondamentali nazionali, è virtuosa”.

Il tema suscitò un ampio dibattito anche in Assemblea Costituente, soprattutto nella seduta plenaria del 29 aprile 1947. Dossetti chiarì che con l’espressione “equipollenza di trattamento scolastico”, inserita poi nel quarto comma dell’articolo 33, ci si riferiva alla “equivalenza a tutti gli effetti giuridici della carriera e dei titoli scolastici degli alunni delle scuole non statali di fronte a quelle delle scuole statali senza … la necessità di un obbligo finanziario a carico dello Stato” (p. 3370).

Obbligo o divieto? Il liberale Corbino, insieme ad altri, propose di aggiungere alla fine del terzo comma la seguente frase: “senza oneri per lo Stato”. Subito intervenne il democristiano Gronchi per esprimere la preoccupazione che quella frase potesse significare un esplicito divieto. Ecco la chiarificazione di Corbino: “Vorrei chiarire brevemente il mio pensiero. Forse, da quello che avevo in animo di dire, il collega Gronchi avrebbe capito che le sue preoccupazioni sono infondate. Perché noi non diciamo che lo Stato non potrà mai intervenire a favore degli istituti privati; diciamo solo che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato. È una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare o di non dare” (p. 3378).

Chi ha ragione, dunque? Per rispondere occorre tornare alla Costituzione e all’interpretazione di quel “senza oneri per lo Stato” data da colui che propose l’emendamento: Corbino. Le scuole private non possono sorgere col preventivo diritto al finanziamento pubblico. Non c’è né un obbligo né un divieto costituzionale, mentre rimane il dovere dello Stato di garantire il diritto all’istruzione obbligatoria gratuita a tutti i cittadini (art. 34) e di tutelare la libertà di educazione delle famiglie (art. 30). Le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico e quindi lo Stato non deve avere alcuna remora a sostenerle. Augias riconosce che oggi è necessario aiutare anche le scuole paritarie e de Nicola aggiunge che il costo del loro fallimento si scaricherebbe sulle spalle dello Stato.

Friedman ripeteva che non esistono pasti gratis e che ogni scelta implica un costo. Decidere di sostenere sia le scuole statali che quelle paritarie è sempre una scelta razionale che risponde all’interesse economico e alle funzioni istituzionali dello Stato italiano.

 

 


 
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