OCSE: in Italia troppo debole la domanda di competenze, poche donne nel settore scientifico


L’Ocse bacchetta l’Italia: troppo debole la domanda di competenze

Tecnicadellascuola -

 

Il numero dei ragazzi inattivi, che non studiano e non lavorano, è arrivato a oltre due milioni, mentre quello degli incapienti, coloro che hanno un reddito inferiore al minimo imponibile dal Fisco, a quasi otto milioni. A dirlo, e bacchettare l’Italia, il World Economic forum (Wef) nel suo rapporto.

Le promesse di Castelli

Se la viceministra dell’Economia, Laura Castelli, promette: «Saranno al centro della nostra riforma fiscale. Magari come destinatari di un assegno ad hoc», i sindacati promettono battaglia, affinchè  giovani che non sono nel sistema scolastico, siano recuperati.

L’occupazione e i giovani Neet

Inoltre, si legge su La Stampa, l’Italia, ha significativi problemi sul proprio mercato occupazionale. Il 19,2% dei giovani compresi tra i 15 e i 24 anni sono considerabili inattivi. Un risultato che pone il nostro Paese al 56° posto su 82 della classifica Wef. E meglio non va per i bambini che non sono inseriti nel sistema scolastico, l’1,4% del totale, e il 28° posto assoluto dei Paesi Wef.

Formazione continua ko

Ancora peggio sul tema della formazione continua, in cui l’Italia si colloca al 74° posto, e nelle opportunità lavorative, con la sessantatreesima posizione.

I numeri peggiori dell’Ue, mentre invece “per la formazione ci sono fondi regionali, nazionali, europei oltre ai fondi interprofessionali gestiti da imprese e sindacati. Il punto è saperli spendere”.

Come nel caso del Fondo sociale europeo (Fse), che nel periodo 2014-2020 ha allocato per l’Italia più di 10 miliardi di euro, proprio per ridurre l’esclusione sociale, migliorare la condizione professionale dei lavoratori italiani e rilanciarli nel mercato domestico. Fondi però sottoutilizzati, come sottolinea il Wef.

La protesta dei sindacati

Fondimpresa, Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto all’Ue -riporta sempre La Stampa- di escludere la formazione professionale dalla normativa sugli aiuti di Stato. «Sarebbe un inizio», spiegano i sindacati. La rete di protezione per salvare giovani inattivi e incapienti, però, deve prima di tutto arrivare su base istituzionale.

 

Il divario di genere comincia dai banchi di scuola: “Ragazze, fatevi largo nelle materie scientifiche”

da la Repubblica – 20/1/2020 - RAFFAELE RICCIARDI

 

MILANO – Donne sotto-rappresentate ai piani alti delle aziende (15% dei dipendenti contro il 53% degli impiegati). Donne che guadagnano meno degli uomini (Italia 126esima nella classifica del World Economic Forum sulla parità di salario). Donne che devono interrompere le loro carriere, donne che tra la famiglia e la professione vedono sempre pendere il piatto della bilancia dalla parte del focolare. Se questa situazione è ciclicamente fotografata da molti indicatori ufficiali, nonostante lenti passi di miglioramento, forse è utile ragionare sulle determinanti di queste condizioni. Una, tra le tante, ha origine sui banchi di scuola.

Il rapporto tra donne e istruzione è controverso. Le donne “performano” – per usare l’inglesismo caro agli ambienti della finanza e dell’industria – meglio dei loro colleghi maschi. Ma l’ingresso storicamente tardivo nelle aule delle Università e dell’istruzione superiore si riflette ancora nella piramide del lavoro e delle retribuzioni: le laureate si sono aperte la strada solo (relativamente) da poco tempo. Tutto bene, dunque: basterà aspettare il fisiologico ricambio generazionale. L’automatismo non è affatto scontato.

Il primo bastone nell’ingranaggio di questa dinamica è dato dalla scelta di studi delle donne, che sono sotto-rappresentate nelle facoltà scientifiche, di ingegneria e statistica; sono di contro sovra-rappresentate in quelle umanistiche. Si costruiscono così, pur eccellendo, un bagaglio di competenze che dà il via a percorsi di carriera solitamente meno remunerativi, o che comunque danno una minore spinta verso i posti di comando.

“I dati ci raccontano che la poca partecipazione delle ragazze prima alle facoltà e poi alle professioni Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics, ndr) è la conseguenza di un insieme di fattori”, spiega Barbara Falcomer, direttore generale di Valore D, associazione di imprese che promuove inclusione ed equilibrio di genere. “La famiglia condiziona ancora fortemente le ambizioni e le scelte di studio dei ragazzi, i genitori considerano ancora che ci siano materie ‘da maschi’ e altre materie ‘più da femmina’. Si tratta di stereotipi inconsapevoli, che in totale buona fede i genitori tramandano ai figli e che trovano terreno fertile anche tra insegnanti”. Per toccare con mano quanto queste dinamiche siano ancorate, Valore D ha portato delle donne-modello a incontrare 17 mila ragazze e ragazzi nelle seconde e terze medie (progetto #InspirinGirls). Tra i più grandi, questi stereotipi di genere (la distinzione appunto tra “cose da maschi e da femmine”) risultavano presenti in quasi cinque ragazzi su dieci. Percentuale che però scende significativamente quando in famiglia ci sono entrambi i genitori lavoratori. “Si tratta di supportare ragazzi, scuole e famiglie a liberarsi da questi stereotipi per consentire a ciascuno di esprimere al meglio il proprio potenziale”.

Il governatore Visco ha recentemente sottolineato che i ‘risultati’ nel campo dell’istruzione delle donne sono positivi e che le laureate in discipline scientifiche, seppure siano meno del 50 per cento, sono in linea con quel che accade in Europa. Ma il ritardo salariale e occupazionale, ha detto, “desta preoccupazione: segnala che, una volta concluso il percorso di studio, le donne non riescono a mettere a frutto le competenze acquisite”. Come ovviare a questo problema?
Oltre al percorso di studi, pesa l’elemento – squisitamente culturale – dei carichi familiari che oggi sono ancora quasi interamente sulle spalle delle donne. Perciò nel mercato del lavoro scontano una minore competitività legata al pregiudizio che non possano dedicarsi in maniera più intensa e continuativa al lavoro stesso. Per ovviare servono maggior consapevolezza di ragazzi, insegnanti e genitori e politiche aziendali a sostegno del talento femminile e dell’integrazione tra vita e lavoro.

Non temete che insistere sulla ‘specialità’ di donne-modello sia per certi versi un boomerang che le confina ancora al mondo dello ‘straordinario’?

Offrire a ragazze e ragazzi modelli reali di donne che fanno professioni tradizionalmente maschili significa ampliare il loro immaginario e potersi rispecchiare. Purtroppo sono ancora pochi, ed è quindi necessario dargli tutta la visibilità possibile: devono diventare “aspirazionali” per le ragazze.
 
Il senso comune vuole che ci siano “le maestre” nelle scuole di primo grado, mentre all’Università ci sono “i professori”. C’è un tema di genere anche in cattedra, non solo tra i banchi?
Il mondo della scuola ha forti analogie con quello aziendale: una piramide che vede alla base pochissimi maestri e una maggioranza di maestre, però nelle posizioni direttive poche dirigenti donne. Pensiamo poi alle carriere universitarie: le donne sono ancora una minoranza. C’è molto da fare prima di vedere realizzato un equilibrio di genere.
 
Quale ruolo possono avere le tecnologie e l’automazione sul futuro scenario lavorativo: sono una minaccia ulteriore per le donne?
Tutto ciò che riduce o elimina il divario di opportunità è senz’altro un fattore abilitante per l’occupazione femminile. Nella fabbrica 4.0 non ci sono più lavori fisici al punto che solo un uomo possa svolgerli. Le soft skills sono sempre più importanti, per cui: benvenuta tecnologia! E’ una opportunità, se combinata con una maggior presenza delle ragazze in ambito Stem.

 

 

 

 
Salva Segnala Stampa Esci Home