Scuola: troppo a lungo sottovalutata


La scuola cenerentola

da Corriere della sera – 28/12/2019 - Pierluigi Battista

Si parla finalmente della scuola italiana che boccheggia, dell’università che annaspa, della ricerca che si impoverisce. Sarebbe un bene, se non fosse che se ne parla solo perché il ministro dell’Istruzione Fioramonti si è dimesso. Poi, purtroppo, la cappa del silenzio politico coprirà ogni discussione pubblica su un tema che dovrebbe essere cruciale per la qualità stessa della nostra democrazia. Finito il clamore sullo stato del governo, la scuola tornerà ad essere, a destra e a sinistra, con eguale insipienza, la cenerentola dei problemi italiani, l’ultima voce di un’agenda politica del tutto indifferente alle sorti dell’istruzione. È di poco tempo fa l’allarme della rilevazione Ocse-Pisa, secondo la quale gli studenti italiani sono tra i peggiori in Europa in quanto a comprensione di un testo. Ma, come scrivono Gianna Fregonara e Orsola Riva sul numero di «7» attualmente in edicola, mentre in Francia, per dire, «per risultati molto più lusinghieri si è aperta una riflessione pubblica sul fallimento dell’école républicaine», da noi il dibattito su quei risultati così sconfortanti è durato solo poche ore, nonostante, aggiungono, «la scuola sia stata addirittura il primo capitolo del discorso di insediamento del premier Conte». Un po’ di virtuose declamazioni retoriche e nulla più.

L a politica ha smesso da tempo di interrogarsi sulla missione che la scuola dovrebbe assolvere, sul suo significato, sul suo ruolo cruciale in una società aperta e dinamica, ma anche terribilmente esposta alla marea di falsificazioni, di manipolazioni, di mistificazioni che funestano e inquinano lo spazio pubblico. C’è qualche ragione per cui i genitori mandano a scuola i figli che non sia il luogo dove parcheggiarli? Gli insegnanti sono frustrati e depressi: sentono che il loro ruolo è sempre più svilito, sempre meno riconosciuto, sempre meno socialmente apprezzato per la funzione delicata che dovrebbe svolgere. Tra i ceti più svantaggiati, lo dicono spietatamente i numeri e le statistiche, cresce la tentazione di non faticare più per mandare i figli all’università perché tanto, dicono, è inutile, tanto l’ascensore sociale si è bloccato, tanto si fa fortuna in altri modi, tanto non ne vale più la pena: è una sconfitta per l’idea stessa della democrazia, dove l’istruzione è fondamentale, il talento deve essere riconosciuto, le origini sociali non possono essere di ostacolo alle libere scelte degli studenti meritevoli. Ma c’è qualcuno che chiede di far ripartire il meccanismo delle borse di studio per garantire il principio democratico e liberale dell’uguaglianza dei punti i partenza, delle pari opportunità, del merito come criterio dell’avanzamento sociale e culturale? Le politiche dei governi si limitano invece a fare della scuola un «postificio», un po’ di sistemazione dei precari, un po’ di prepensionamenti, un po’ di indicazioni pedagogiche astruse e farraginose. Ma un giovane che oggi volesse intraprendere la professione dell’insegnante quali possibilità ha di realizzare i suoi progetti, quanti decenni di precariato ha davanti a sé? Il ministro dell’Istruzione che si è appena dimesso aveva chiesto all’inizio del suo mandato 3 miliardi per la scuola. Ma nessuno gli ha chiesto: per farci che cosa. Il «che cosa» sparisce dall’orizzonte, si tratta solo di finanziare l’esistente. Ma questo esistente palesemente non funziona. La scuola come agenzia educativa perde colpi. Molti docenti confessano addirittura di cominciare ad avere la paura fisica di entrare nella scuola, dove il «gruppo dei pari» si organizza secondo logiche di clan in cui il bullismo diventa pratica diffusa. Svanisce la certezza degli stessi principi di selezione, e si stenta a capire per quale ragione nelle scuole del Sud ci siano molti meno bocciati che nelle scuole del Nord. È legittimo il sospetto di due pesi e due misure?

Una politica che non sia schiacciata sul politicismo del presente dovrebbe comprendere che quella scolastica è un’emergenza nazionale, che il senso di sfiducia e di frustrazione che si addensa attorno alla scuola, all’università e alla ricerca è una mina che esplode intaccando l’idea stessa di una democrazia moderna. Poi, concluse le scaramucce nei governi, ci saranno nuove declamazioni retoriche, i discorsi delle cerimonie, gli impegni mai rispettati. Ma la scuola continuerà ad essere la cenerentola, l’ultima della lista. Come al solito.

 

Istruzione senza nuovi fondi Cresce il divario con l’Europa

da La Stampa – 28/12/2019 - Roberto Giovannini

I numeri sono impietosi: per l’istruzione, dalla scuola primaria fino all’università, l’Italia spende secondo il rapporto Ocse del settembre scorso (che cita dati del 2016-2017) ogni anno soltanto il 3,6% del suo prodotto interno lordo. Un valore decisamente inferiore alla media Ocse, che è del 5%, e uno dei livelli più bassi di spesa tra i paesi esaminati. Peggio di noi fanno soltanto Lituania, Irlanda, Repubblica Ceca, Lussemburgo e Russia. Tra il 2010 e il 2016 la spesa è diminuita del 9% sia per la scuola che per l’università; ma a ben vedere è dal lontano 1995 che il nostro paese ha sostanzialmente congelato la spesa per studente di scuola primaria e secondaria (inferiore e superiore), con un aumento in termini reali dello 0,5%.
Una sorta di «spending review prolungata», che è stata amplificata dal progressivo invecchiamento del corpo docente: gli insegnanti italiani sono in media i più anziani dell’area Ocse, con addirittura il 59% di ultracinquantenni, anche se, grazie alle recenti assunzioni, questo rapporto è diminuito (era il 64% nel 2015). Nel prossimo decennio sta per esplodere una doppia bomba demografica: avremo oltre un milione di studenti in meno, e bisognerà sostituire quasi la metà degli attuali docenti, che andranno in pensione. Continuiamo, comunque, a contare la quota più bassa di insegnanti tra i 25 e i 34 anni.
Altro problema, la qualità e l’efficacia del nostro sistema di istruzione. L’Italia registra nell’area Ocse la terza quota più elevata di giovani che non lavora, non studia e non frequenta un corso di formazione (i cosiddetti neet): il 26% dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni, rispetto alla media del 14%. Le rette universitarie restano tra le più elevate dell’area Ocse, e il numero dei laureati nella fascia d’età 19-64 anni non supera il 19%, mentre la media Ocse si attesta su un lontano 37%. L’università non riesce sempre a garantire un’occupazione, tantomeno uno stipendio significativamente più elevato rispetto a chi si è fermato alle superiori.
Uniche note positive la scolarizzazione e gli asili. Il 94% dei bambini dai 3 ai 5 anni frequenta la scuola materna, e ogni insegnante deve badare a una media di 12 bambini, contro una media Ocse di 15. Per quanto riguarda la scolarizzazione, invece, abbiamo raggiunto un buon livello: quasi tutti i ragazzi dai 6 ai 14 anni – cioè quelli che per legge sono obbligati ad andare a scuola – la frequentano davvero.
Le dimissioni di Lorenzo Fioramonti confermano le difficoltà dell’Italia a trovare nuovi investimenti per il comparto scuola, università e ricerca, che neanche il governo Conte bis è riuscito a trovare: la richiesta del professore dimissionario era di almeno 3 miliardi da inserire in manovra ma, al netto dei tagli bloccati, dei fondi stanziati per gli asili nido (2,5 miliardi per i comuni per aumentare i posti ma all’interno delle misure per le famiglie), dell’aumento di qualche decina di milioni dei fondi di finanziamento e delle borse di studio e delle risorse preventivate nel decreto Fisco (più risorse per la sicurezza degli edifici anche dall’8xmille dal 2020), di soldi per l’istruzione nella manovra approvata ce ne sono pochi. È in vista una tornata di concorsi per 50mila docenti nella scuola secondaria. Un po’ meglio è andata per i fondi dedicati all’edilizia scolastica, che anche nell’ultimo periodo hanno avuto un incremento costante per fare fronte alle tante emergenze: gli ultimi 510 milioni sono stati sbloccati il 20 dicembre e andranno in erogazione diretta gli enti locali. Tirando le somme, alla voce scuola nella manovra 2020 sono previste risorse per meno di 2 miliardi, e quasi nulla per l’università che il ministro avrebbe voluto potenziare.
Male è andata anche sul versante delle risorse per gli stipendi degli insegnanti, che all’inizio del suo incarico Fioramonti aveva promesso di aumentare. Con le risorse disponibili si arriva a un aumento contrattuale medio di circa 80 euro al mese, che per giunta per i sindacati di categoria diventano 70 se si considera la quota necessaria a finanziare il cosiddetto «perequativo».
Il mondo della scuola reagisce con sconcerto e preoccupazione per il futuro alle dimissioni di Fioramonti. Per Rino Di Meglio, coordinatore nazionale Gilda degli Insegnanti, «le dimissioni del ministro confermano che in Italia i governi non ritengono strategiche istruzione e ricerca». Secondo Maddalena Gissi, segretaria generale di Cisl Scuola, Università e Ricerca, «le dimissioni possono aprire una fase estremamente rischiosa». Per il segretario generale della Flc Cgil, Francesco Sinopoli, se Conte non cambierà le scelte del governo, si rischia che «chiunque sia il successore non potrà fare a meno di seguire le orme di Fioramonti».

 

 
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