Tecnici e professionali: poca occupazione post diploma e iscrizioni in calo


Istituti professionali in agonia

ItaliaOggi – 21/2/2018 - Emanuela Micucci

 

La riforma (sconosciuta) della Fedeli non inverte il trend

Saranno132 mila i banchi vuoti il prossimo settembre. Il record agli istituti professionali: gli 11 indirizzi restano sconosciuti dagli studenti che a settembre inizieranno le superiori. Prosegue, dunque, il calo di consensi dei giovani per questi percorsi, che dall’anno scolastico 2015/16 al 2018/19 hanno perso il 4,6% degli iscritti. Ma i dati sulle iscrizioni al prossimo anno scolastico, appena pubblicati dal Miur (www.miur.gov.it), preannunciano a settembre quasi 132 mila banchi vuoti dalle primarie alle superiori.

In soli tre anni scolastici, infatti, gli studenti delle prime classi della scuola italiana sono diminuiti di 132.931 unità: -8,4%, passando da 1.588.781 di settembre 2015 a 1.455.850 del 2018. Un calo di alunni particolarmente forte proprio nell’ultimo anno: -154.501 ragazzi nel prossimo anno scolastico, pari al 9,6%. Dopo che nel 2016/17 erano aumentati di 33.628 arrivando a 1.610351 studenti rispetto a 1.576.722 dell’anno precedente. Nella scelta della scuola superiore continuano a volare sempre più in alto i licei che incassano un +4,4% di iscrizioni dal 2015/16, quando li sceglievano il 50,9% degli studenti, al 2018/19, quando li frequenteranno il 55,3%.

Parallelamente prosegue il calo degli istituti professionali: -4,6% dal 2015, quando vi si iscriveva il 18,4% di ragazzi, al 2018, quando li ha scelti il 14%. Restano, invece, stabili in tutto il periodo gli alunni degli istituti tecnici, che incassano il 30,7% di preferenze per il prossimo anno rispetto al 30,5% di settembre 2015. Percentuali che sembrerebbero indicare un travaso di alunni che prima sceglievano i professionali nei licei. Tutti trend confermati il prossimo anno scolastico, quando la metà degli studenti, il 55,3%, entrerà al liceo, optando sopratutto per lo scientifico (25,6%). Anche se il classico sale un po’ nelle preferenze al 6,7%. Tra i tecnici il settore tecnologico continua ad attrarre maggiormente con il 19,3% delle scelte. In picchiata i professionali, a cui si è iscritto il 14% degli studenti, rispetto al 15,1% del 2017/18.

Nonostante la riforma, al via a settembre, l’istruzione professionale non solo non dà segni di rilancio, ma continua la lenta agonia (-1,1%). Non attrae i giovani la sua maggiore articolazione in 11 indirizzi. Né i nuovissimi percorsi in Pesca commerciale e produzioni ittiche e in Gestione delle acque e risanamento ambientale. Né il maggior numero di ore di laboratorio.

Non li convince neppure l’offerta didattica personalizzata e modellata in base alle esigenze produttive e del territorio.

La svolta, però, passerà in gran parte dall’informazione e dall’orientamento, mancati per le iscrizioni 2018. Già nel 2014 l’Isfol (attuale Inapp) certificava che i genitori conoscono poco il sistema educativo in questione.

 

Pure i tecnici sono disoccupati

ItaliaOggi – 21/2/2018 - Emanuela Micucci

 

Fondazione Agnelli analizza gli esiti sul mercato del lavoro. Poi tocca all’alternanza

Solo il 30% va all’università, e l’indice di occupazione è appena al 40%. Per il 34% si tratta di un lavoro non coerente con gli studi. E il voto di maturità non conta per trovare un posto. Sono i risultati del report della Fondazione Agnelli su tutti i 550 mila diplomati tecnici e professionali del periodo 2012-2014. Realizzato da Fondazione Agnelli e Crisp, a partire dai dati dell’Anagrafe nazionale degli studenti del Miur e delle Comunicazioni obbligatorie del ministero del lavoro, il rapporto analizza gli esiti sul mercato del lavoro di quasi 550 mila diplomati tecnici e professionali degli anni scolastici 2011/12, 2012/13 e 2013/14 (www.fga.it).

Un’indagine su base censuaria, che «ci restituisce per la prima volta in modo completo e puntuale il percorso di questi diplomati a due anni dal diploma», spiega Mario Mezzanzanica del Crips. Diventando un «importante contributo a supporto delle politiche per i sistemi dell’istruzione e del lavoro». Iniziando dalla riforma Fornero dell’apprendistato e dal Jobs act che hanno impattato su queste tre generazioni di diplomati. Con l’entrata a regime della riforma Fornero la quota dei contratti di apprendistato cresce per i diplomati del 2013, mentre riguardava solo 1 su 10 diplomati 2012. Ma si arresta con l’arrivo del Jobs act, tant’è che per i diplomati del 2014 ne vengono attivati meno.

Il Jobs act, infatti, grazie al sistema degli sgravi contributi, impenna per quest’ultimi diplomati impennando i contratti a tempo indeterminato, a scapito degli apprendisti. Senza però ridurre la quota di forme contrattuali più precarie.

Sul totale dei diplomati tecnici e professionali dei tre anni scolastici analizzati, ben il 50,2% ha un lavoro precario, solo il 22,2% ha un contratto a tempo indeterminato e il 27,6% è apprendista. Dati significativi poiché, dopo il diploma, il 70% ha scelto di entrare subito nel mercato del lavoro. Solo il 30% ha proseguito gli studi all’università o agli Its. Ben il 27,4% è un Neet che né studia né lavora.

Tra quelli che hanno deciso di trovare lavoro, poi, l’indice di occupazione nei primi due anni è appena del 40%: «Un dato comunque lusinghiero nella congiuntura economica avversa del periodo esaminato», commenta Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. Ma a due anni dal diploma oltre a metà, il 51,3%, svolge un lavoro qualsiasi e solo il 34,3% ha un occupazione coerente con il titolo di studio. Il voto di diploma, poi, non conta nulla: 10 punti in più incidono per lo 0,9 sulle possibilità di trovare lavoro. In media si attende 9 mesi prima di ottenere un lavoro significativo, cioè con contratto di durata almeno di 30 giorni consecutivi. La distanza media casa-lavoro è 40 chilometri.

Nonostante i divari Nord-Sud per l’indice di occupazione, che oscilla dal 61% del Veneto al 22% di Campania e Calabria, si nota anche una forte eterogeneità tra province: alcune piemontesi e liguri, ad esempio, mostrano un significativo ritardo rispetto al resto del Nordovest, come quelle laziali rispetto al Centro. «Serve un sistema di conoscenza costante che accompagni i ragazzi», ha commentato la ministra Fedeli.

 

 
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